“Meglio una figlia morta che lesbica”, queste furono le parole della madre mentre la richiudeva nella sua cameretta.
In quello stesso giorno il padre si spogliò dicendole: “Tu queste cose devi guardare, non le donne!” E la violentò. Aveva 15 anni, oggi ne ha 23. Francesca ha vissuto un incubo che sembrava non finire mai.
«Ho tentato il suicidio tre volte – sussurra – ma dopo l’ ennesimo abuso sessuale sono scappata e li ho denunciati, ero appena diventata maggiorenne». Adesso, Francesca ha deciso di costituirsi parte civile contro i suoi genitori, che la sostituta procuratrice di Termini Imerese Annadomenica Gallucci vuole portare a processo con accuse pesanti. «Maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori».
I genitori di Francesca hanno anche fatto tre giorni di carcere. Loro negano, hanno sempre negato. Sicuri del silenzio della comunità in cui vivono. È un paese della provincia di Palermo, che faceva finta di non vedere, di non sentire. Anzi, aiutava sempre il padre a ritrovare la figlia, quando lei scappava.
«Maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori», ripete l’ avvocato Giuseppe Bruno, che questa mattina presenterà l’ istanza di costituzione di parte civile al giudice dell’ udienza preliminare Michele Guarnotta. Francesca non ci sarà in aula, non vuole più incontrare i genitori. Ma le parole della sua denuncia parlano già chiaro. Il capo d’ imputazione racconta gli incubi di una ragazza che sognava solo di giocare a calcio.
«Mi tagliavo i capelli e vestivo maschile – ha raccontato in lacrime al poliziotto che ha raccolto la sua denuncia, tre anni fa – la mia famiglia aveva già capito qualcosa delle mie scelte. Poi, una mattina ho lasciato il cellulare a casa, mia sorella ha letto i messaggi e li ha fatti vedere a mio padre. Quel giorno, sono corsi a scuola a prendermi. Tutti. Mio padre, mia madre, mia sorella e il suo fidanzato. E mentre eravamo in macchina, mi davano botte in testa, nelle gambe, mi davano botte dappertutto».
Dopo aver abusato di lei, mandarono una sequenza di messaggi alle sue amiche. Lo stesso sms per tutte: «Buttana, lascia stare a mia figlia». E poi distrussero il cellulare della ragazza. «Ero ormai a un bivio – racconta oggi – o la vita o la morte. E denunciando quello che avevo vissuto ho scelto la vita. Anche se non è stato facile, ma ho avuto accanto a me tante belle persone che mi hanno aiutato a superare i momenti difficili». Dopo la denuncia, nel 2016, la giovane è stata trasferita per qualche tempo in una comunità protetta. «Ma anche quando ero lontana dalla famiglia, i momenti difficili si susseguivano – dice ancora – alla fine la forza l’ ho trovata, e l’ ho trovata dentro me stessa».
Da qualche mese, Francesca ha lasciato la comunità, ed è alla ricerca di un lavoro che possa consentirle di rifarsi una vita. «Adesso, è importante una cosa soprattutto – ripete – raccontare questa storia, perché tante altre ragazze che vivono situazioni simili alla mia non si scoraggino, non pensino mai di farla finita. Racconto perché anche loro trovino il coraggio di denunciare».
