Anzitutto perché non è detto che le due sequenze numeriche identifichino prodotti provenienti dalla Turchia, e poi si rischia di colpire chi non ha alcuna responsabilità su quanto sta accadendo nel conflitto in Siria. Ecco che cosa indicano davvero 868 e 869

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(foto: Picture Alliance/Getty Images)

L’ideona, per dirla in senso sarcastico, circola nelle chat di WhatsApp e nei principali social network dallo scorso weekend: esprimere il proprio disappunto contro le incursioni della Turchia in territorio siriano facendo la spesa al supermercato in modo turkish-free, ossia boicottando tutti i prodotti riconducibili al regime di Ankara. Se in linea di principio l’iniziativa potrebbe anche sembrare ragionevole – o quantomeno non del tutto folle – nella pratica il modo con cui si propone di applicarla è così intriso di fraintendimenti che rischia addirittura di essere controproducente.

Di cosa si tratta? La proposta, rilanciata attraverso la foto di un codice a barre con una macchia di sangue fusa con la bandiera della Turchia e un breve testo di accompagnamento, è di interrompere qualunque acquisto di beni che abbiano come prime tre cifre del codice a barre le sequenze 868 oppure 869.

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Il codice a barre del presunto boicottaggio dei prodotti Turchi

“Boicottare la Turchia”, si legge per esempio in uno dei messaggi diventati virali, “niente viaggi e turismo e niente acquisti di prodotti turchi, facilmente individuabili dalle prime tre cifre del codice identificativo 869. Questo possiamo farlo, ciascuno/a di noi, per dire no al regime di Erdogan e all’aggressione contro il popolo curdo. Oppure, in un altro caso: “869 è il numero iniziale del codice a barre dei prodotti di origine turca: proviamo a boicottarli. Fai girare, è importante”.

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L’altro codice a barre del presunto boicottaggio dei prodotti Turchi

Tuttavia, lo anticipiamo subito, le due sequenze numeriche indicano qualcosa di ben più complesso della banale provenienza turca, quindi non ha molto senso utilizzarle come punto di partenza per un boicottaggio serio.

La vera storia dei codici a barre 868 e 869

Come tutte le bufale che si rispettino, anche quella dei codici a barre turchi parte da un fondo di verità, salvo poi omettere dettagli rilevanti e travisare il reale significato. Tutti i codici a barre, infatti, iniziano con una tripletta di numeri che corrisponde al cosiddetto codice Ean (che sta per European Article Number), talvolta identificato anche con la sigla Gs1. Online si trovano diverse tabelle (anche su Wikipedia) che associano questi codici ai diversi Paesi: per l’Italia ad esempio i codici Ean sono 800-839, mentre per la Turchia sono proprio 868-869.

Tuttavia, il meccanismo non è così semplice. Anzitutto perché il codice può corrispondere al Paese in cui è stato concluso il processo di lavorazione, ma con materie prime importate da uno Stato diverso. E poi siccome è possibile richiedere (e ottenere) un codice corrispondente a un determinato Paese anche se l’articolo in vendita è stato prodotto altrove. Questo perché, in sostanza, il codice Ean corrisponde al Paese di registrazione del marchio (per la precisione, al Paese del proprietario del marchio) e non dà alcuna informazione su tutta la filiera produttiva associata a quel bene. Dal punto di vista del consumatore, infatti, il codice Ean non ha un gran valore, né è mai stato concepito per averlo. Infatti si potrebbero trovare infiniti esempi (qui alcuni di Coop Firenze e di Open) di prodotti di uso comune in Italia in cui il codice Ean ha ben poco a che fare con l’effettiva provenienza geografica del prodotto.

La discutibile strategia del boicottaggio

Si potrebbe obiettare che, nonostante le precisazioni appena fatte, un prodotto con il codice a barre che inizia per 868 o 869 sia comunque probabilmente un po’ più turco rispetto a uno che inizia con una tripletta diversa. E che quindi, a livello di grandi numeri, complessivamente si starebbe comunque facendo un parziale boicottaggio nei confronti della Turchia.

C’è però un’altra questione rilevante, ossia identificare chi sarebbe effettivamente colpito da un’azione di boicottaggio come quella proposta. Risulta improbabile, infatti, che a pagare le spese della mancata commercializzazione di qualche specifico prodotto turco commercializzato in Italia sia direttamente il governo di Recep Tayyip Erdogan, l’esercito che ha sconfinato in Siria o comunque quella élite che gestisce il regime ad Ankara. Anche ammesso di riuscire a identificare un prodotto davvero turco, molto probabilmente ad avere le peggiori ripercussioni sarebbero aziende locali e dunque incolpevoli lavoratori, normali cittadini e le loro famiglie. In questo senso anche inviti come quello di Rete Kurdistan Italia, che senza citare la questione dei codici a barre propone “boicottaggio turistico”, delle “aziende italiane che operano in Turchia” e delle “imprese turche che commercializzano in Italia”, potrebbero sollevare più di qualche perplessità a livello di reale efficacia.

Se è più che comprensibile il sentimento di condanna nei confronti di ciò che sta accadendo con l’invasione del Kurdistan ordinata da Erdogan, boicottare prodotti a caso senza curarsi della loro reale provenienza e di chi verrebbe effettivamente danneggiato rischia di diventare una misura punitiva nei confronti di persone che nulla hanno a che fare con l’ondata di violenza e distruzione. Se sono in discussione misure commerciali punitive da parte di diversi Paesi del mondo, scendere dalla dimensione nazionale delle sanzioni a quella individuale pare poco sensato, soprattutto se il tutto si concretizza andando alla ricerca di presunti codici a barre brutti e cattivi tra gli scaffali del proprio supermercato di fiducia.

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