
Inutile negarlo, c’è delusione dopo l’uscita di scena anzitempo di Matteo Berretini dal Masters 1000 di Parigi-Bercy (Francia). L’azzurro, neo n.9 del mondo e sicuro di chiudere la stagione nella prestigiosissima top-10 del ranking ATP, non è riuscito a superare l’esame rappresentato dal match contro il padrone di casa Jo-Wilfried Tsonga (n.35 del mondo, ma ex n.5 ATP).
Una prova negativa quella del romano, che ha sentito troppo la pressione ed è parso decisamente scarico anche dal punto di vista fisico. Poca intensità nel suo tennis e una percentuale di efficienza molto bassa di prime palle di servizio, in una sfida all’insegna dello schema battuta-dritto, non hanno permesso a Matteo di prevalere. Complimenti doverosi al transalpino per il livello di gioco messo in mostra, bravo a mettere in campo la sua grande esperienza in partite di questo livello, ma chiaramente anche i demeriti dell’azzurro sono evidenti.
Tuttavia, bisogna anche essere realisti e ricordare sempre da dove Berrettini è partito. Appena un anno fa, il romano orbitava attorno alla posizione n.53/n.54 del mondo e non aveva di certo messa in preventivo una scalata di questo genere. Si è ritrovato a vincere due tornei (Stoccarda (erba) e Budapest (terra rossa), raggiungere le semifinali del 1000 di Shanghai, di Sofia, Halle e di Vienna, gli ottavi di finale a Wimbledon e soprattutto le semifinali allo US Open:
– 1° italiano in semifinale agli US Open dal 1977
– 1° Italiano in semifinali sul cemento in uno Slam, visto che 42 anni fa si giocava sulla terra verde
– Il giocatore più giovane a raggiungere una semifinale Slam dal 2010 (dopo Djokovic)
– 2° italiano più giovane a raggiungere una semifinale Slam nell’era Open (dopo Panatta)
– 4° italiano in semifinale nell’era Open (dopo Panatta, Barazzutti, Cecchinato)
Questi aspetti rimangono e descrivono la cartina di tornasole della stagione fantastica disputata dal nostro portacolori. Quindi, dovesse qualificarsi per le Finals sarà lecito “brindare”, altrimenti nessuna interpretazione a proprio modo de “I Sepolcri” di Ugo Foscolo, perché l’azzurro ha saputo sempre migliorare dalle battute d’arresto, ricordando che parliamo di un classe ’96.
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giandomenico.tiseo@oasport.it
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Foto: LaPresse
