Silvio Berlusconi è rimasto in silenzio in aula a Palermo lasciando irrisolti numerosi dubbi sul caso della trattativa Stato-mafia.

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Silvio Berlusconi, presente in aula a Palermo per il processo sulla trattativa Stato-mafia, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il Cavaliere, infatti, aveva due possibili opzioni: il silenzio di fronte alle pesantissime accuse, oppure il chiarimento dei sospetti che da anni gravano sulla sua posizione politica e istituzionale. La Procura di Firenze indaga contro l’ex premier per le stragi di Milano, Roma e Firenze del 1993 e gli attentati falliti a Maurizio Costanzo e a Totuccio Contorno. Quello che Berlusconi ha nascosto in aula, invece, riguarda leggi gradite ai boss (e conosciute in anticipo dal leader di Forza Italia) e i soldi versati dal braccio destro di Berlusconi a Cosa Nostra dopo l’elezione a premier. Ma andiamo con ordine.

Berlusconi, processo trattativa Stato-mafia

“Su indicazione dei miei avvocati, mi avvalgo della facoltà di non rispondere“.

Con una dozzina di parole Silvio Berlusconi si è rivolto al giudice Angelo Pellino allontanando la possibilità di chiarire le accuse sulla trattativa Stato-mafia. La stessa situazione, inoltre, si era verificata anche nel 2002, quando il Cavaliere venne interrogato direttamente a Palazzo Chigi. (In quell’occasione, inoltre, i giudici stavano processando Marcello Dell’Utri per concorso esterno a Cosa nostra. Dell’Utri venne condannato a 7 anni ma ne scontò solo alcune settimane).

Le domande senza risposta

Il legale di Dell’Utri, Francesco Centonze avrebbe voluto una risposta chiara da parte di Berlusconi sulle eventuali pressioni ricevute dal suo assistito. Tuttavia, il 20 aprile del 2018 il Cavaliere aveva dichiarato: “Non abbiamo ricevuto nel 1994, né successivamente, nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti“.

Nessuna conferma, però, è arrivata da Palermo, dove Berlusconi ha mantenuto il silenzio. In caso di risposta, infatti, si sarebbe scesi nei dettagli. Nella sentenza di condanna definitiva per l’ex premier (7 anni per concorso esterno), però, era scritto: “La presenza di Vittorio Mangano ad Arcore (…) rappresenta la convergenza di interessi tra Berlusconi e Cosa nostra“.

Le domande rimaste senza risposta sui tavoli dei procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera sono moltissime. Ad esempio: cosa sapeva Berlusconi sulle leggi gradite ai boss? Secondo la Corte d’Assise “c’è pieno riscontro sul fatto che (…) il 20 dicembre 1994, fu definito dalla competente Commissione parlamentare il testo di legge, contenente anche alcune modifiche legislative attese e ‘gradite’ dai mafiosi , che si prevedeva di approvare (…) già nel successivo mese di gennaio del 1995″.

Le uniche certezze

Le uniche certezze che per il momento restano intatte sembrano essere i testi della Corte D’Assise. Secondo questi ultimi, infatti, “il fatto che Dell’Utri fosse informato di tale modifica legislativa” sulle leggi gradite ai boss “dimostra ulteriormente che egli stesso continuava a informare Berlusconi di tutti i suoi contatti con i mafiosi“.

La spiegazione? “Soltanto Berlusconi – allora presidente del Consiglio – avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo”.

Nelle pagine di motivazione della sentenza, inoltre, risulta “dimostrato” il versamento “da parte delle società facenti capo al Berlusconi medesimo, di ingenti somme di denaro, poi, effettivamente versate a Cosa nostra. Dell’Utri, infatti, senza l’avallo e l’autorizzazione di Berlusconi, non avrebbe potuto, ovviamente, disporre di così ingenti somme recapitate ai mafiosi”. “Tali pagamenti – inoltre – sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994”. Questo rafforza l’ipotesi che vede Dell’Utri come intermediario che “riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti con i mafiosi, attenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versare e a Cosa nostra”.

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