Fox vuole registrare il marchio “Ok, boomer”, ma un meme è di tutti

L’emittente di Rupert Murdoch vuole appropriarsi dell’espressione del momento, violando una regola non scritta di internet. Ma un meme usato da un’azienda o da un partito politico è semplicemente un guscio vuoto

Tardar Sauce, conosciuta su Internet come Grumpy Cat (Foto di Daniel Petty/The Denver Post via Getty Images)

Fox vuole registrare l’espressione “Ok boomer” e usarla per produrre reality show, serie tv e giochi a premi. Il colosso dei media fondato da Rupert Murdoch ha reclamato i diritti esclusivi di utilizzo del popolare meme lo scorso 11 novembre – come scoperto dall’avvocato specializzato in marchi e brevetti Joshua Gerben – violando di fatto una delle più antiche regole non scritte di internet. Decisamente una mossa da boomer, non trovate?

Quello della proprietà intellettuale delle opere nate sul web è un dibattito lungo e particolarmente complesso, che arriva dritto al cuore della cultura di internet come la conosciamo. Anche se col tempo abbiamo imparato ad associare il termine meme alla categoria più o meno variegata delle immagini con testo, l’espressione nasce in tutt’altro contesto e per indicare qualcosa di molto meno specifico.

Senza andare a ritroso fino agli studi di Richard Dawkins sulla memetica, oggi potremmo definire un meme come un contenuto che si presta a essere reinterpretato e che proprio attraverso le sue reinterpretazioni raggiunge (o ambisce a raggiungere) la viralità. È dunque possibile apporre il trademark su una materia in continua trasformazione e che, per sua stessa natura, non ammette padroni? La risposta, in linea teorica, sarebbe negativa, ma nella realtà sta già accadendo.

Il caso più celebre di copyright applicato a un meme risale al 2015, quando dopo sei anni di onorata carriera internet fu costretto a dire addio a Socially Awkward Penguin. Il pinguino più amato del web fu estromesso a forza dalla cultura popolare e costretto a una dolorosa damnatio memoriae da Getty Images, che per conto di National Geographic (proprietaria dei diritti d’immagine sulla foto originale del goffo animale) intentò e vinse una serie di cause ai danni di siti e piccoli blog.

Degna di nota è la storia di Andrea Nuzzo, imprenditore digitale italiano che nel 2015 creò la pagina Sii come Bill. Nonostante il personaggio fosse stato inventato da un operatore ferroviario australiano e il meme diffusosi su Reddit, Nuzzo riuscì comunque ad assicurarsi la proprietà intellettuale del fenomeno e oggi vanta numerose collaborazioni con aziende che utilizzano lo stickman per fini commerciali.

Ma la storia delle dispute sui meme in punta di diritto è pressoché sterminata, oltre che in continua evoluzione. La più nota al grande pubblico è probabilmente quella di Pepe the Frog, il cartoon della rana divenuto un feticcio dell’alt-right americana e utilizzato dalla comunicazione di Donald Trump, prima di essere restituita al suo creatore originale, vincitore di una causa contro il sito web di destra Infowars. Il sito internet Know Your Meme ha persino deciso di raccogliere tutte le richieste di cancellazione giunte in redazione, e tra queste troviamo dei veri e propri pezzi di storia come Derp, Dafuq ed Haters gonna hate.

Aziende e politica hanno da tempo intuito il potenziale del mezzo in termini di viralità e di efficacia comunicativa, ma come spesso accade in queste situazioni, non sono riuscite ad afferrarne la reale natura. Per sopravvivere, un meme ha bisogno di essere condiviso e di generare un significato che esuli dalla semplice lettura dell’immagine, di adattarsi al contesto e di essere reinterpretato in ogni sua evoluzione.

In questo senso, ogni singola versione di ogni singolo meme è un’opera di intelletto a sé stante, che in nessun caso può essere banalizzata e ricondotta alla proprietà intellettuale di un’immagine o di una serie di parole. Un meme utilizzato da un’azienda o da un partito politico (come nel caso del dirottamento di “Ok Boomer” operato da Più Europa in questi giorni) è semplicemente un guscio vuoto, nato non da un’esigenza, ma da una strategia comunicativa. Perché il meme è quello che ci fai, il significato che ci metti dentro, l’idea che lo ha generato.

Tutto il resto sono solo immagini, suoni e parole. Che forse potranno essere registrati, è vero, ma con le dovute proporzioni sarebbe un po’ come se gli attuali proprietari delle cave di Carrara avanzassero pretese sul David di Michelangelo.

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