Come l’Iran è riuscito a “spegnere” internet

Il governo iraniano ha tolto la connessione a quasi tutti i suoi cittadini: è un processo graduale e non sempre efficace al 100%, ma nel mondo la libertà di connessione è sempre più a rischio

(foto: BEHROUZ MEHRI/AFP via Getty Images)

Nei giorni caldi delle proteste contro l’aumento del prezzo della benzina, i cittadini iraniani si sono svegliati senza la possibilità di accedere alla rete internet. Tutto è iniziato con forti rallentamenti della connessione, come racconta l’edizione americana di Wired, ma la situazione è ben presto peggiorata, tanto che già nella giornata di sabato 16 novembre i media dell’area riferivano di uno “spegnimento quasi totale di internet nell’intera nazione”.

L’operazione, che NetBlocks ha definito “una delle più complesse” mai architettate, è stata ordinata dal governo di Teheran per prevenire la fuga di immagini delle proteste e al tempo stesso compromettere i principali canali organizzativi dei manifestanti e nel giro di 24 ore ha ridotto del 95% il numero di connessioni attive nel paese.

Nonostante esistano dei validi precedenti, spegnere internet in un paese con 80 milioni di abitanti non è una cosa per nulla facile e rappresenta una soluzione estrema, anche in un contesto problematico come l’Iran di Hassan Rouhani.

(Foto di ATTA KENARE/AFP via Getty Images)

Come l’Iran ha staccato la spina

Le probabilità che un regime sia in grado di censurare internet dipendono fortemente dalla complessità delle infrastrutture presenti nel paese, e per questo le realtà più esposte sono anche quelle meno attrezzate dal punto di vista tecnico. In Etiopia, ad esempio, lo stato è l’unico fornitore di servizi internet, dal momento che ogni eventuale concorrenza dovrebbe servirsi di un unico cavo sottomarino, facilmente controllabile dal governo.

Le telecomunicazioni iraniane sono prive di particolari barriere all’ingresso e contrariamente alla Cina, la cui infrastruttura è stata costruita per essere posta sotto il diretto controllo dello stato, la rete è decentrata e in mano a provider perlopiù privati. Un’architettura tecnicamente solida, che nonostante tutto oggi appare completamente paralizzata.

È l’oscuramento di internet più vasto mai sperimentato in Iran”, ha spiegato Adrian Shahbaz, tra i più importanti ricercatori di Freedom House, l’organizzazione non governativa che si occupa di monitorare censure e restrizioni sulla rete internet in tutto il mondo. Gli fa eco l’altra ong del settore, NetBlocks, secondo cui si tratterebbe addirittura della “disconnessione più grave mai registrata in qualunque paese, per complessità tecnica ed estensione”.

A renderla possibile, secondo i tecnici dell’organizzazione, sarebbe stato il decennale progetto di una intranet nazionale conosciuta come Shoma, un fornitore di servizi gestito da ex funzionari governativi, che in nome della sicurezza nazionale avrebbe ottenuto un controllo pressoché totale sul sistema di connessione iraniano.

Per questo motivo, come riportato da France Press, lo scorso 15 novembre il Consiglio nazionale di sicurezza supremo ha potuto imporre una “limitazione di 24 ore dell’accesso a internet” attualmente ancora in corso. Il diktat ha coinvolto, tra gli altri, anche gli operatori di telefonia mobile Mci, Rightel e IranCell, i più importanti player nazionali del settore, spentisi all’unisono nella giornata di sabato.

Convincere gli operatori, in Iran, non è particolarmente difficile” sottolineano i responsabili di NetBlocks, “situazioni come queste si sono col tempo normalizzate”.

La libertà della rete nel mondo

La situazione iraniana si inserisce in un contesto non particolarmente felice per la libertà della rete internet nel mondo. Quella che un tempo sembrava essere una dinamica limitata ai firewall di stato cinesi, è esplosa con forza in contesti già a rischio di violazione dei diritti umani, come il Kashmir e la Russia, grazie ai più recenti sviluppi tecnologici. Ma i limiti del pericolo sono tutt’altro che definiti.

Secondo il recente rapporto Freedom on the Net presentato da Freedom House, il monitoraggio automatico delle attività online ha assunto dimensioni endemiche, coinvolgendo il 90% degli utenti di internet in tutto il mondo. Le Nazioni Unite hanno esplicitamente condannato l’oscuramento statale di internet e la censura come violazione dei diritti umani, mentre l’opinione pubblica appare oggi maggiormente consapevole dei rischi legati alla sicurezza dei dati sui social network, dopo lo scandalo Cambridge Analytica.

Nonostante tutto, la libertà su internet sembra oggi più che mai sotto attacco. “Ma negare alle persone l’accesso alle informazioni non funzionerà” prevede Shahbaz di Freedom House, “perché le informazioni continueranno a diffondersi con altri mezzi. E spegnere internet, a volte, significa semplicemente portare le persone in strada”.

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