Le bufale e i pericoli nascosti dietro ai test genetici

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(Credits: PublicDomainPictures da Pixabay)

Lo avevamo già detto chiaro e tondo: no, non esiste il gene dell’omosessualità. L’ovvio corollario è che non può nemmeno esistere alcun test genetico per rilevarlo: eppure. Eppure c’è chi ha provato lo stesso a fare business da questa scemenza: Insolent Ai (nomen omen) e Joel Bellenson hanno caricato su Gene Plaza, uno store francese completamente dedicato ad app che forniscono “report genetici” di diverso tipo, l’apHow gay are you, che prometteva, come suggerisce il nome, di fornire informazioni sull’orientamento sessuale di un soggetto in base ad alcuni tratti del suo profilo genetico. Il razionale scientifico sottostante sarebbe stato il contenuto di un paper pubblicato su Science, in cui si individuavano alcune varianti genetiche debolmente associate all’attrazione per persone dello stesso sesso. La pubblicazione dell’app ha innescato una serie di polemiche abbastanza pesanti: oltre a diversi media, si sono scomodati addirittura gli autori dell’articolo di Science, che hanno esplicitamente chiesto a GenePlaza di eliminare l’app dallo store, promuovendo anche una raccolta firme su change.org. L’app ha quindi cambiato nome in 122 Shades of Gray e attualmente risulta “non disponibile” per lo scaricamento.

GenePlaza e le sue app non sono che la punta dell’iceberg di un mercato enorme, ramificatissimo e in continua espansione. Che spazia dalla ricerca di base alla medicina di precisione alla genetica di consumo, e nel complesso produce già un giro di affari da centinaia di milioni di dollari l’anno. Va da sé che in un mondo così complesso si trova praticamente di tutto: sequenziamenti di nuova generazione che hanno portato allo sviluppo di nuovi test prenatali non invasivi, screening oncologici, diagnosi genetica preimpianto, diagnostica di supporto; servizi di ricostruzione dell’albero genealogico; servizi di supporto alle forze investigative; servizi che valutano, come quello citato in apertura, tratti come l’orientamento sessuale, la bellezza, l’intelligenza, l’abilità matematica. Come dire: dal tanto importante al tanto futile. E sono proprio i servizi che rientrano in quest’ultima categoria a essere quelli a cui è importante fare particolare attenzione. Perché nella maggior parte dei casi non c’è alcun razionale scientifico a sostenerli.

Torniamo al caso geni e omosessualità, che è per molti versi paradigmatico. Il paper di Science mostrava che tra l’8% e il 25% dei comportamenti omosessuali fossero più o meno debolmente correlati ad alcune pagine del lunghissimo libro del genoma. C’è un ma grande quanto un palazzo: l’orientamento sessuale è un tratto molto complesso, probabilmente legato a diverse variabili genetiche, ma anche – e profondamente – a effetti ambientali (nature and nurture, come dicono gli anglofoni). E questo gli autori del lavoro lo sanno bene, tanto che già nel paper dicevano esplicitamente che la genetica non può essere usata in alcun modo per predire l’orientamento sessuale.

Da cui la domanda: che uso si può fare dei test genetici se effettivamente è così difficile predire le differenze individuali? Non un grande uso, dicono su The Conversation Kate LynchIlar Dar-Nimrod e James Morandini, esperti della University of Sydney. Di più: molti scienziati sono convinti che test di questo tipo non solo siano inutili, ma addirittura potenzialmente pericolosi, dal momento che informazioni (sbagliate) sulle basi genetiche di tratti specifici potrebbero avere effetti profondi sulla nostra conoscenza e comprensione di noi stessi e negli altri. Sempre per restare nel caso che abbiamo portato come esempio, uno studio ha mostrato che sapere che l’omosessualità ha una base biologica può aumentare l’omofobia (un altro studio, poi, lo ha smentito; tuttavia sarebbe meglio non correre il rischio, almeno fino a che non si avranno più certezze).

Anche prendendo in considerazione altri test, e altri tratti, la situazione non cambia, anzi: la ricerca ha già scoperto che sapere che un particolare tratto ha basi genetiche ha un effetto negativo. Le donne che pensano che le differenze di genere abbiano una base genetica, per esempio, sono più portate a credere meno in se stesse. Uno studio ha mostrato come le donne cui era stato detto che il sesso femminile fosse geneticamente meno portato per la matematica hanno ottenuto punteggi minori nella soluzione di problemi matematici rispetto a un gruppo di controllo (e GenePlaza offre anche un’app dedicata all’abilità matematica).

Anche per l’obesità vale un meccanismo simile. La variabile genetica più comunemente associata all’obesità può spiegare solo una piccola percentuale della variabilità effettivamente osservata tra gli individui, eppure praticamente tutte le aziende che offrono servizi di screening genetico di consumo propongono app per scansionare il proprio genoma alla ricerca di una spiegazione dei chili di troppo. La conseguenza? Anche in questo caso, è stato mostrato che chi pensa che la propria obesità abbia una base genetica tende a essere più indulgente sull’attività fisica e sulla corretta alimentazione (“Tanto non posso farci nulla, è colpa dei miei geni…”).

Stesso discorso – forse ancora più pericoloso – per il rischio di depressione: diverse équipe di psicologi hanno mostrato che sapere di avere una predisposizione alla depressione rende meno fiduciosi nella propria abilità di affrontarla, e porta a ricordare più episodi depressivi. E dunque: se foste così curiosi da voler provare uno di questi test, prendetene i risultati cum grano salis. E non ci date troppa importanza. D’altronde è la stessa GenePlaza a ricordarlo in un disclaimer: “Sappiate che questa app non è predittiva e il suo risultato non dovrebbe essere interpretato come tale”.

Via: Wired.it

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