Come funziona la deroga speciale per startup del ministro dell’Innovazione

Il ministro per l’Innovazione Paola Pisano vuole lanciare il “diritto a innovare”, per consentire alle società tech di testare i propri progetti di frontiera. Ecco come funziona

Il ministro dell'Innovazione, Paola Pisano (foto di Stefano Guidi/Getty Images)
Il ministro dell’Innovazione, Paola Pisano (foto di Stefano Guidi/Getty Images)

Prende forma la deroga speciale di cui le startup potranno godere se vogliono sperimentare un progetto innovativo in Italia. Un emendamento alla legge di bilancio 2020, presentato sia dal governo sia da alcuni deputati della maggioranza, delinea i confini di quello che il ministro dell’Innovazione, Paola Pisano, ha definito “il diritto a innovare”. In cosa consiste? Le startup che vogliono sperimentare sul campo un progetto innovativo prima di un lancio ufficiale, ma sono frenate da lacci e lacciuoli della burocrazia, potranno ottenere una deroga alle regole limitata nel tempo per completare i propri test.

Una soluzione simile esiste già per il fintech, la finanza innovativa. È il cosiddetto sandbox, il “recinto di sabbia” nel quale una startup può lavorare e mettere alla prova le proprie soluzioni pur senza aver passato tutti gli esami delle autorità finanziarie. Ora il governo vuole estendere il perimetro di questo steccato, con un occhio a “mobilità, logistica, droni, robotica e intelligenza artificiale”, spiega a Wired il ministro Pisano.

Come funziona la deroga

Lo schema del neonato dipartimento per l’Innovazione interviene su quei casi in cui una norma, o la sua assenza, limita i margini di manovra di una startup che voglia avviare un progetto sperimentale. Esempio: se un imprenditore volesse effettuare consegne con i droni, prima dovrebbe incassare una serie di permessi, senza neppure sapere se c’è un mercato per i suoi servizi. Il risultato è che spesso le startup issano bandiera bianca prima di iniziare a sperimentare.

Con il “diritto a innovare”, le aziende potranno spedire al dipartimento dell’Innovazione il loro progetto. Gli esperti del ministero lo analizzeranno, valuteranno l’impatto sulla società, i “concreti ed effettivi profili di innovazione”, si legge nell’emendamento, e la coerenza con le linee guida nazionali di sviluppo tecnologico e, in caso positivo, accenderanno il semaforo verde alla sperimentazione sul territorio in deroga, pur sotto il controllo di tutte le autorità interessate (da quelle dei trasporti a quelle delle comunicazioni, per fare alcuni esempi).

Il perimetro

Ci sono però alcuni paletti. Primo: la corsia preferenziale è aperta solo alle startup innovative. Per ottenere questo titolo, un’azienda deve operare al massimo da cinque anni, avere l’innovazione tecnologia come principale attività, dichiarare un fatturato inferiore ai 5 milioni di euro, non essere quotata. E, in aggiunta, avere speso il 15% degli utili in ricerca e sviluppo. O aver depositato un brevetto (o registrato un software). O, ancora, impiegare personale qualificato (leggi ricercatori, dottorandi o laureati con la magistrale). Secondo il registro delle imprese, sono 8.555 le startup in Italia che possono vantare questo status.

Secondo: “Le startup dovranno dimostrare la validità dell’innovazione”, spiega il ministro. Se, per esempio, ha migliorato la qualità della vita dei cittadini o dell’ambiente. “A quel punto potremo procedere a modificare la norma e a crearne una ex novo”, aggiunge Pisano. Con l’obiettivo di tagliare la burocrazia (per esempio, senza scrivere leggi finché non si presenta il caso concreto) e di agevolare l’innovazione di frontiera.

Terzo: l’ok del dipartimento spegne le norme considerate di ostacolo, salvo alcune di particolare delicatezza. “Escludiamo quelle relative a salute, beni culturali, giustizia e ambiente”, precisa il ministro. Così come codice penale, leggi antimafia e trattati internazionali.

I tempi

L’emendamento fissa scadenze strette per attivare la deroga. Il dipartimento avrà 30 giorni per dare il via libera o lo stop al progetto e contestualmente indicherà quali norme possono essere disapplicate e per quanto. A quel punto la palla passa alla Presidenza del consiglio o al ministro delegato, che a loro volta hanno 45 giorni per tracciare il perimetro protetto per i test.

Al termine del test la startup dovrà mettere nero su bianco una relazione con i risultati ottenuti. E anche una proposta delle norme da modificare. Se per Palazzo Chigi il test avrà dato i suoi risultati, ci saranno novanta giorni per riscrivere le leggi sotto osservazione. L’obiettivo è di partire dal 2020, facendo assunzioni ad hoc nel dipartimento per analizzare i progetti e snellire i processi.

Il “diritto a innovare” modificherà l’articolo 26 del decreto legge 179 del 2012, meglio noto come decreto Crescita 2.0, varato dal ministro per lo Sviluppo economico del governo Monti, Corrado Passera, per incentivare le startup. Uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico del 2018 ha dimostrato che la norma ha dato gas all’innovazione in Italia, ma ostacoli insistono ancora lungo la strada. A cominciare dalla burocrazia, che pesa sulle opportunità di impresa in Italia. Tanto che per la Banca Mondiale l’Italia si colloca al 51esimo posto nella classifica delle nazioni dove è più facile fare business, dietro a Serbia, Israele e Montenegro.

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