legge elettorale soglia sbarramento

Aleandro Biagianti / AGF

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L’obiettivo era presentare alla Camera un testo di riforma della legge elettorale prima del 15 gennaio, giorno in cui la Consulta si dovrebbe esprimere sul referendum leghista sul maggioritario, con la speranza di disinnescare la consultazione popolare e stoppare l’iniziativa salviniana. E l’unico modo per farlo era ‘sacrificare’ l’accordo complessivo all’interno della maggioranza optando, invece, per il sistema – tra i due prescelti, entrambi proporzionali – che finora aveva raccolto più consensi.

In sostanza, si è scelto il ‘danno minore’, ovvero scontentare Leu, da sempre contraria alla soglia di sbarramento nazionale al 5%, offrendo in cambio il diritto di tribuna per i ‘piccoli’. Per questo, si è messo definitivamente da parte il modello simil spagnolo a favore del proporzionale con soglia nazionale alta. Sistema che, sin dall’avvio del confronto interno alla maggioranza, aveva riscosso il più alto gradimento (tutti d’accordo tranne Leu), fino al via libera finale da parte dei leader di Pd e M5s, Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio, nel faccia a faccia di qualche giorno fa.

Poi, certo, nessuno tra i giallorossi esclude che la soglia, durante l’iter parlamentare, potrà subire delle modifiche e che l’asticella sarà abbassata. Ma per ora la priorità, soprattutto di Pd e M5s, era arrivare a lunedì con un testo pronto. Un testo che, viene spiegato, sarà alquanto generico, aperto al confronto parlamentare. Che, non è detto, sarà avviato in tempi rapidissimi, di certo non prima della verifica di governo a palazzo Chigi e delle elezioni in Emilia.

Dunque, al termine di un nuovo lungo vertice (ma ristretto agli ‘sherpa’, assenti i capigruppo e il ministro D’Incà), per uscire dallo stallo e arrivare a presentare alla Camera un testo prima della dead line del 15 gennaio, la maggioranza ha dovuto capitolare, ammettendo che l’unica soluzione fosse quella di uscire allo scoperto senza un’intesa e affidare al ruolo istituzionale del presidente della commissione Affari costituzionali, il pentastellato Giuseppe Brescia, il compito di mettere nero su bianco la proposta di legge, che sarà incardinata lunedì prossimo.

Un escamotage che, però, non evita la fotografia di una maggioranza divisa. Ma, soprattutto, una soluzione che non evita polemiche e strascichi. Tanto che Leu, con Loredana De Petris, promette battaglia. Fonti che hanno partecipato alla riunione riferiscono che la piu’ combattiva, e indisponibile a un via libera seppur condizionato, sia stata proprio la presidente del Misto al Senato. Mentre il suo omologo alla Camera, Federico Fornaro, anche lui contrario alla soglia nazionale alta, aveva assunto una posizione piu’ ‘trattativista’, con una tiepida apertura sullo strumento del cosiddetto diritto di tribuna riconosciuto a quelle forze minori che superano la soglia di sbarramento solo in alcune circoscrizioni ma non in tutto il territorio nazionale.

Ipotesi, questa, che però vede contrari i renziani, in quanto “rischia di non essere altro se non un modo di bypassare la stessa soglia del 5% e, dunque, di riportare a una frammentazione del quadro politico”, è il ragionamento. Insomma, gli ostacoli sul cammino della riforma elettorale non sono certo finiti. All’interno degli stessi Liberi e uguali, ad esempio, le posizioni non sono univoche: gli ex Sel, come De Petris appunto, non ne vogliono sapere di una legge con soglia nazionale al 5%, mentre gli esponenti di Articolo 1 – come ad esempio Fornaro, ma anche il capo delegazione Roberto Speranza e l’ex segretario dem Pierluigi Bersani – non preparano l’offensiva ma anzi si dicono pronti a trattare, nessuna forzatura, viene spiegato.

Ed è proprio per rimediare a un’immagine di maggioranza spaccata, che Pd, Iv, M5s e Autonomie decidono di diffondere una nota congiunta in cui si specifica: “Consideriamo l’iniziativa annunciata dal presidente Brescia un fatto positivo. La soluzione di agire sulla legge elettorale vigente adottando un sistema proporzionale con soglia di sbarramento nazionale al 5% e’ una base su cui avviare il confronto in Parlamento per arrivare a un consenso ampio su regole di voto utili a ridurre la frammentazione e a favorire la formazione di maggioranze di governo”.

E fonti giallorosse si affrettano a puntualizzare: “Nessuna spaccatura, tutti d’accordo sul 5%, solo Leu contraria”. Ma qualche distinguo e mugugno resiste anche dentro il Pd, dove non tutte le anime si sono ancora arrese al ritorno al proporzionale, per di piu’ quasi puro, viene osservato, fatta eccezione per il correttivo della soglia di sbarramento alta.

Il ragionamento dei dem favorevoli al modello prescelto e che sarà protagonista della proposta a firma Brescia è che, in questo modo, ogni partito si conterà alle urne, per poi decidere solo dopo il voto le possibili alleanze. per di più, la soglia alta, ha osservato il segretario Zingaretti ieri, consente di evitare una eccessiva frammentazione.

Certo è che con una soglia al 5%, stando ai sondaggi attuali, poche forze che gravitano nell’area del centrosinistra riuscirebbero ad entrare in Parlamento: difficile raggiungere l’obiettivo per Leu, Iv di Renzi, Azione di Calenda, ma anche +Europa di Bonino.

Ma il cammino in Parlamento è ancora lungo, diverse modifiche potranno essere apportate al testo durante l’esame e poi c’è chi, nella stessa maggioranza, non esclude che se la situazione dovesse precipitare e si dovesse tornare prima al voto, si potrebbe sempre rispolverare il Rosatellum ‘epurato’ della quota maggioritaria.  

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