quarantena

(Foto: Petrick Liu da Pixabay)

Repubblica di Venezia, 1377. Tutte le navi e le persone, prima di entrare in laguna, devono passare 30 giorni – poi diventeranno 40 – confinati in un luogo ad accesso limitato. Se al termine di questo periodo non hanno sviluppato alcun sintomo sospetto, possono entrare in città. È una delle prime misure di quarantena di cui si abbia testimonianza documentale, messa in atto dalla repubblica marinara per contenere la diffusione della peste nera che fino a quel momento aveva sterminato più o meno un terzo della popolazione di Europa e Asia. Oggi, a sette secoli e 10mila chilometri di distanza, le autorità cinesi hanno imposto una misura analoga nel tentativo di arginare i contagi dal coronavirus che, a oggi, ha colpito almeno 4.500 persone e causato 106 decessi. Una questione di sanità pubblica diventata ormai di portata globale, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha appena ritoccato (al rialzo) la sua valutazione sul rischio, portandola da “moderato” ad “alto” e ammettendo un “errore di valutazione”.

Questa dunque la decisione delle autorità: da mercoledì scorso la città di Wuhan – ritenuta (con qualche dubbio) il focolaio dell’epidemia – è diventata un posto spettrale. Non circolano più auto e bus. Le scuole sono chiuse. Non vi atterra né decolla nessun volo; non partono treni. L’idea è di isolare completamente la megalopoli, che conta 11 milioni di abitanti, da tutto il resto del mondo. La speranza è che questo possa aiutare a contenere la diffusione del virus. Al momento, le informazioni che abbiamo sono ancora troppo poche per stabilire con assoluta certezza se la misura possa avere qualche efficacia o se sia del tutto inutile. I dati in possesso della comunità scientifica, però, sembrano suggerire che la quarantena potrebbe avere un impatto molto poco significativo (nel migliore dei casi) o nullo (nel peggiore). Cerchiamo di capire perché.

Una delle prime considerazioni che portano a dubitare dell’efficacia della misura contenitiva è legata a questioni tecniche e logisticheWuhan è la città più popolosa della Cina centrale e uno degli snodi più importanti dell’intera nazione. Sorge sulla confluenza del fiume Azzurro e del fiume Han; ha nove linee di metropolitana, innumerevoli linee di bus, stradoni che la tagliano in lungo e in largo, stazioni ferroviarie, aeroporti. Va da sé che isolare completamente una megalopoli del genere – immaginate migliaia di camion, treni merci, container in entrata e in uscita ogni giorno – è un’impresa titanica. Quasi come svuotare l’oceano con un cucchiaino, come ha spiegato a Wired.com John Spencer, a capo degli Urban Warfare Studies allo Us Military Academy Modern War Institute: “Non è possibile che una misura del genere sia efficace, anche se vi si dedicasse l’intero esercito cinese. Ci vorrebbe molto più di una guardia nazionale. Semplicemente non è possibile sigillare una metropoli nell’età moderna. Non era possibile neanche tanto tempo fa”.

Oltre che non realisticamente fattibile, la quarantena potrebbe addirittura essere deleteria: se il cibo e le risorse cominciano a scarseggiare, se l’immondizia non può essere evacuata, se il traffico è bloccato, la popolazione potrebbe esasperarsi, scendere in strada e, nel caso peggiore, protestare anche in modo violento. Tutto questo mentre il virus continua a circolare al di fuori di Wuhan e della Cina.

E così arriviamo al secondo punto, quello di natura epidemiologica. “Quella di Wuhan”, ci spiega Emanuele Montomoli, ordinario di igiene e sanità pubblica all’università di Siena, “è probabilmente la più grande quarantena della storia. Ma la mia impressione è che sia una misura tutt’altro che risolutiva”. La ragione dello scetticismo di Montomoli sta nel fatto che il coronavirus cinese si diffonde molto velocemente, per via aerea, e non ci sono mezzi adatti a contenerlo (la mascherina ha un’efficacia molto limitata): “Date le modalità di trasmissione del virus, e soprattutto considerato il fatto che ormai siamo certi che è uscito dalla città e dal paese”, continua ancora l’esperto, “la quarantena, nello scenario migliore, quello in cui si presume che nella città di Wuhan ci siano molti più infetti di quelli accertati, potrebbe rallentare la diffusione del virus di qualche settimana, ma non di più”. In altre parole: la Cina sta chiudendo la stalla dopo che sono scappati i buoi. Dove i buoi, tra l’altro, sono esserini di dimensioni dell’ordine di pochi nanometri, e le uscite della stalla sono migliaia, e le maglie del recinto sono molto larghe.

La quarantena, dunque, è una misura sempre inefficace? Non proprio. In circostanze molto particolari, ci spiega ancora l’esperto, è stata effettivamente utile per contenere focolai di malattie. Ma si trattava di casi molto diversi da quello di oggi: “In passato è accaduto che diversi villaggi, dove si erano osservati per esempio casi di infezione da virus ebola, sono stati messi sotto contenimento”, dice ancora Montomoli. “Parliamo però di villaggi africani isolati, con popolazione di poche centinaia di persone, molto semplici da isolare. In quel caso la quarantena, sempre se applicata per tempo, potrebbe avere una qualche efficacia”. Per il coronavirus, purtroppo, pare proprio che sia invece la strada sbagliata.

Via: Wired.it

Credits immagine: Petrick Liu da Pixabay

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