Il primario del sacco: “Così si è diffuso il virus in Italia”

La diffusione del coronavirus, secondo il premier Conte, c’è stata anche a causa di “una gestione di una struttura ospedaliera non del tutto propria secondo i protocolli prudenti”, riferendosi con tutta probabilità all’ospedale di Codogno. “Ovvio che la fonte del focolaio è nel territorio, non certo nell’ospedale“, precisa l’infettivologo Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano, in un’intervista a Circo Massimo, su Radio Capital, “L’ospedale ha avuto un ruolo purtroppo di amplificazione, che è stato riscontrato anche in altre situazioni”.

Le critiche indirizzate all’Ospedale di Codogno, che non avrebbe rispettato le regole, vengono respinte da Galli: “Non mi sento di criticare o mettere sulla graticola i colleghi, che tra l’altro hanno pagato uno scotto altissimo visto che molti di loro hanno l’infezione e stanno combattendo anche in qualche caso tra la vita e la morte”, dice il primario, “Il paziente in quel momento non aveva nessuno dei criteri che lo potessero far identificare come un caso sospetto secondo quanto dettato dall’OMS. Questo ha determinato la diffusione del virus nell’ospedale, ma il virus circolava nel territorio circostante e non da pochissimo tempo”.

“La mia personale ipotesi”, continua Galli, “è che l’infezione sia stata portata nella zona di Codogno probabilmente verso la terza decade di gennaio, se non prima, da qualcuno che o aveva un’infezione in incubazione o sintomi minimi, che non ha ritenuto di riferirsi in alcun modo all’autorità sanitaria per far presente le proprie condizioni. Il virus ha cominciato a circolare in quel contesto. Noi avremo nel prossimo futuro un aumento del numero dei casi che non è frutto di nuove infezioni ma di evidenziazione di infezioni già avvenute”, spiega, “si stanno guardando i contatti delle varie persone che mano a mano risultato positive, e ne risultano positive ovviamente anche altre che sono state in precedenza infettate. Da qui in poi diventa fondamentale vedere se le misure assunte eviteranno nuove infezioni reali, e quindi nell’arco di una settimana ci sarà da capire se avremo la possibilità di vedere una flessione e non un incremento dei casi”.

Le misure vanno nella direzione giusta? “Altro non si può fare”, riconosce il primario, “Teniamo conto che siamo il primo paese occidentale in cui si verifica un’emergenza di questo tipo. Si applicano i dettami di comportamento che derivano da ipotesi di scuola, pero’ attenzione, siamo in realtà in una situazione che non ha precedenti. Siamo il paese zero”.

Qualche giorno fa la dottoressa Gismondo, direttore responsabile di Macrobiologia clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze al Sacco, è stata al centro di una polemica con il virologo Burioni per aver definito il coronavirus “un’infezione appena più seria di un’influenza”: “Maria Rita ha lavorato una serie di notti con grande impegno, producendo con i suoi collaboratori una quantità di dati di laboratorio. Per questo va ringraziata. Ciò detto”, dice Galli, “abbiamo anche discusso vivacemente su questo argomento, sul quale non sono assolutamente d’accordo”.

L’infettivologo, però, riconosce di essere “d’accordo però sulla necessità di sottolineare come il panico che si è diffuso sia esagerato. Basta vedere l’assalto ai supermercati: ieri mia moglie mi ha mandato una foto del supermercato sotto casa completamente svuotato, cose che non si possono vedere, che però ci dicono quanto sia l’impatto di fenomeni di questo genere nel vissuto e nella psicologia collettiva. Da che mondo è mondo c’è il terrore della malattia infettiva che tira fuori anche molti dei peggiori sentimenti. Da tempo studio la peste e la storia della peste, e per certi versi sembra di leggere quello che ha scritto Boccaccio nel Decamerone nel sottolineare determinati comportamenti. Senza esagerare nei paragoni. E’ evidente che se da una parte è necessario prendere una serie di precauzioni, dall’altra una reazione di questo tipo da parte del pubblico finisce per essere molto piu’ di danno che di vantaggio”.

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