L’ex monopolista di Stato sperimenta una nuova tecnologia per servire le aree montane o rurali con la quinta generazione di connessioni mobili. Tutti i dettagli del test

Impianti di Tim (foto Tim)
Impianti di Tim (foto Tim)

Tim è il primo operatore in Europa ad aver avviato la sperimentazione di una nuova tecnologia ibrida di trasmissione dati per servire le antenne 5G che verranno installate nelle aree più remote. Le cosiddette stazioni radio base, che si occupano di fornire connettività mobile ad alte prestazioni, normalmente hanno bisogno di un collegamento alla rete in fibra ottica. Per il 4G si parla di un approvvigionamento da 1 gigabit al secondo (gbps), mentre per il 5G la prospettiva è di arrivare a 10 gbps.

Il problema è che diverse aree d’Italia non consentono un agevole copertura in fibra, comunque non in tempi brevi. Si parla di zone montane, rurali o contraddistinte da caratteristiche orografiche particolari. In questi casi oggi per fornire il servizio 4G ci si affida a costosi ponti radio. L’avvento della 5G però obbliga a individuare alternative poiché la richiesta prestazionale è più consistente. Ecco spiegato il motivo per cui presso il Tim Open Labs di Torino, tecnici e ingegneri stanno lavorando a collegamenti punto-punto basati su ottica laser. In pratica una modalità di trasmissione “in spazio libero” (Free Space Optics) che potrebbe essere impiegata tra le stazioni radio base e la rete in fibra (core network); una sorta di ponte laser invece che radio.

A Torino i tecnici Tim sono già riusciti a testare una versione prototipale del sistema per diverse settimane. Non solo è stata raggiunta la soglia prestazionale desiderata di 10 gbps su 2 chilometri di distanza, ma con l’abbinamento della tecnologia a onde millimetriche (E-band) è stato possibile contenere gli effetti collaterali dovuti agli agenti atmosferici, ovvero nebbia e neve (la pioggia non è un problema poiché affligge di più le comunicazioni radio). La riduzione della visibilità infatti tende a ridurre le prestazioni del laser, ma un approccio ibrido aggira ogni criticità. E poi considerata l’evoluzione della tecnologia ottica non sono da escludere per il futuro potenziamenti capaci di raggiungere anche 20 gbps, se non di più.

Impianti di TIM (foto TIM)

I vantaggi del progetto

Complessivamente i vantaggi di una soluzione di questo tipo sono legati ai ridotti tempi di implementazione, l’alta capacità trasmissiva, la riduzione dei consumi energetici (rispetto al ponte radio tradizionale) e l’incremento dei parametri di sicurezza relativi ai rischi di intercettazione del segnale.

L’intero progetto nasce per affrontare il tema dei colli di bottiglia trasmissivi di alcune aree del paese, ma non è escluso per il futuro che questa tecnologia possa essere giocata anche in ambito metropolitano. Per esempio in specifici quartieri in digital divide, in attesa che arrivi la fibra. Da ricordare comunque che il sistema funziona con un raggio di copertura di pochi chilometri, con un massimo teorico di 3-4 chilometri per mantenere i 10 gbps, e che ha bisogno di una “linea di vista”. Ovvero le antenne hanno bisogno di una visione in linea retta.

La sperimentazione proseguirà nei prossimi mesi in uno scenario con traffico reale (per ora la trasmissione è stata simulata con pacchetti dati ad hoc). Si ipotizza un’implementazione sul mercato già a partire dal prossimo anno.

Impianti di TIM (foto TIM)

Perché non usare direttamente le frequenze 5G?

Verrebbe da pensare che con le trasmissioni 5G basate su frequenze a 3,7 gigahertz (Ghz) e 26 Ghz si potrebbero coprire medie o lunghe distanze, e quindi eliminare l’esigenza di ponti radio, ma anche nella migliore delle ipotesi le stazioni radio base non sarebbero in grado di fornire 10 gbps. Insomma, un conto è la densificazione delle antenne 5G metropolitane per fornire servizi ad alte prestazioni di diverso tipo. Altro piano è quello delle “autostrade” wireless o fisiche che attraversano il Paese. Poi esiste un tema di “disaccoppiamento” tra le frequenze impiegate per queste ultime e quelle per i terminali di accesso. Infine c’è la questione dell’efficienza in relazione alle frequenze disponibili: le onde millimetriche tra 50 e 80 gHz (E-band) sono licenziate e già impiegate con i ponti radio, quindi il loro reimpiego è più che auspicabile.

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