8 scudetti, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe italiane: questo il ricco palmarès che può vantare la Juventus dell’ultimo decennio. A questo bilancio trionfale manca però un trofeo che l’ambiente bianconero aspetta da tanto tempo, per l’esattezza dal 1996, e che è diventato una vera e propria ossessione: la Champions League. In due circostanze (Berlino 2015 e Cardiff 2017) la Vecchia Signora si è avvicinata tantissimo all’agognata Coppa dalle grandi orecchie e ha potuto quasi toccarla, ma in entrambi i casi alla fine il miraggio è rimasto tale e la maledizione non è stata sfatata. In attesa di vedere se i bianconeri potranno avere un’altra chance nella stagione in corso, andiamo a ripercorrere il cammino europeo della Juventus del 1995-96, l’ultima squadra in grado di portare a Torino il trofeo più ambito.

Era una Juventus frutto di scelte estive coraggiose che avevano portato alla rinuncia a Roberto Baggio e all’allestimento di una rosa battagliera, costituita da gregari pronti a sudare la maglietta fino all’ultimo minuto e da campioni pronti a sacrificarsi per la causa comune. Marcello Lippi, alla sua seconda stagione sulla panchina bianconera, aveva imbastito una squadra intensa e completa, capace di centrare subito l’obiettivo scudetto e che ora ambiva al sigillo europeo dopo nove anni dall’ultima apparizione. Il 4-3-3 lippiano era basato su un centrocampo consistente, in grado di supportare l’attacco pesante composto dal capitano Gianluca Vialli, dall’infaticabile Fabrizio Ravanelli e dal talento rampante Alessandro Del Piero.

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La prima partita della fase a gironi fu un crash test al “Westfalenstadion” di Dortmund e fornì subito una prova della competitività della Juventus. L’inizio fu shock e un errore di Peruzzi portò il Borussia in vantaggio dopo appena 36 secondi; i bianconeri, privi di Vialli e Ravanelli, si affidarono alla classe cristallina di Del Piero, che illuminò la scena con due assist al bacio e con una pennellata a giro che si insaccò all’incrocio dei pali, destinata a diventare il suo marchio di fabbrica. La cavalcata della squadra di Marcello Lippi nel gruppo C procedette senza intoppi e nel segno di “Pinturicchio”, che timbrò il cartellino nelle prime cinque partite del girone facendo registrare un record per un giocatore italiano: le larghe vittorie contro la Steaua Bucarest e contro i Rangers (sia all’andata che al ritorno) assicurarono ai piemontesi il primato nel raggruppamento con due giornate di anticipo.

Ai quarti di finale arrivò l’incrocio da brividi con il Real Madrid. Al “Santiago Bernabeu” scese in campo una Juventus timorosa che si fece surclassare sul piano del gioco e del ritmo: l’unica buona notizia di una serata decisamente storta fu il passivo ristretto (1-0 con firma di un giovane Raul), dovuto in gran parte allo stato di grazia di Peruzzi. Al ritorno, però, la musica fu totalmente diversa: una punizione velenosa di Del Piero pareggiò i conti in apertura di match e un sinistro a botta sicura di Padovano completò la rimonta bianconera e diede il via alla festa del “Delle Alpi”.

La sfida con il Nantes in semifinale appariva sulla carta piuttosto abbordabile e si rivelò tale anche sul terreno di gioco. All’andata, dopo un primo tempo bloccato, i bianconeri trassero vantaggio dall’espulsione di Carotti al 45′ e nella ripresa, grazie alle reti di Vialli e Jugovic, ottennero un 2-0 che somigliava tanto a un’ipoteca per la finale di Roma. Nel match di ritorno ancora capitan Vialli siglò il gol-qualificazione dopo appena 17 minuti: il fisiologico calo di tensione che ne conseguì concesse al Nantes una vittoria di prestigio (3-2 finale) ma non inficiò minimamente la gioia juventina per il grande traguardo raggiunto.

La finale era in programma all’Olimpico di Roma e l’avversario era l’Ajax detentore del trofeo. I Lancieri arrivarono all’appuntamento con le assenze degli infortunati Overmars, Marcio Santos, Reuser e dello squalificato Reiziger, ma erano comunque considerati favoriti. L’andamento del match era prevedibile già alla vigilia: gli olandesi si affidarono ai loro schemi ariosi e a un possesso palla che a lungo andare diventò prevedibile, mentre la Juventus rispose con le armi dell’aggressività e del pressing. Furono i bianconeri a sbloccare il risultato con Ravanelli e a farsi preferire, ma sul finire del primo tempo l’Ajax pareggiò con il tap-in di Litmanen. L’equilibrio non si spezzò né nel corso della seconda frazione di gioco né durante i supplementari e la vincitrice della 41esima edizione della massima competizione continentale fu proclamata dunque ai calci di rigore. Se da un lato Peruzzi riuscì ad ipnotizzare Davids e Silooy, dall’altro lato i tiratori juventini furono semplicemente impeccabili: a chiudere i conti fu Jugovic, che tinse di bianconero il cielo di Roma e regalò alla Vecchia Signora il secondo titolo europeo della sua storia.

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antonio.lucia@oasport.it

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Foto: LaPresse

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