
Dal fallimento dei bitcoin ai progetti cinesi: ecco che forma sta prendendo il cash digitale del futuro
Negli ultimi anni, i metodi di pagamento si sono moltiplicati. Lo si può osservare anche solo facendo la coda al supermercato: chi paga con la carta di credito, chi si limita ad avvicinare il telefono o lo smartwatch al Pos, chi utilizza Satispay o altri metodi simili. E poi ci sono i progetti più rivoluzionari, che puntano a sovvertire le regole fondanti dell’emissione di denaro – come Bitcoin – o alla creazione di una vera e propria moneta privata, com’è il caso di Libra, la criptovaluta di Facebook. Entrambi questi progetti radicali non sembrano destinati ad avere successo: i Bitcoin non si sono ancora risollevati dallo scoppio della bolla di ormai oltre due anni fa, mentre Libra si è scontrata con talmente tante barriere, erette dagli enti regolatori, che Zuckerberg si è infine arreso e ha ridimensionato tutta la faccenda.
Ma per un Bitcoin che fallisce perché eccessivamente disruptive (oltre che per limitazioni tecnologiche non ancora risolte), ci sono una miriade di nuovi strumenti digitali che continuano a farsi largo: in Cina si paga ormai tutto con sistemi come Alipay o usando piattaforme come WeChat, in Svezia si utilizza Swish, in Kenya è sempre più diffuso M-pesa e in questo settore sono entrati anche colossi digitali come Apple e Google.
In tutto questo, che fine sta facendo il contante? Tra le varie nazioni, le differenze sono moltissime: si va dall’86% di pagamenti digitali (con carta o altro) della Corea del Sud fino al 13% della Spagna. Dall’80% della Svezia al 14% dell’Italia. Anche una nazione come la Germania, inaspettatamente, è molto legata al cash e i pagamenti digitali non superano quota 20%.
Ovviamente, tra il denaro contante che teniamo nel portafoglio e quello che esiste solo come numero visualizzabile sul nostro account bancario – e che utilizziamo attraverso circuiti come VISA o Mastercard – c’è una cruciale differenza, sottolineata da Quartz. “Il primo è emesso direttamente dalla banca centrale, il prestatore di ultima istanza e solitamente l’ancora del sistema finanziario di un paese. Il secondo dipende invece dalla stabilità di istituzioni commerciali e può essere più vulnerabile”.
È la ragione per cui, in situazioni di grave e improvvisa crisi economica, la gente corre agli sportelli per ritirare quanti più soldi possibili dal proprio conto corrente. “Durante le crisi finanziarie, i consumatori possono ottenere – ed effettivamente ottengono – sollievo nel sapere che possono convertire il loro denaro elettronico in contante nel momento del bisogno”, si legge in un report appena pubblicato dalla Bank for International Settlements.
Per individuare che forma avrà il denaro del futuro è necessario partire da qui: la tendenza alla digitalizzazione è costante e inarrestabile, ma il denaro “vero” è ancora esclusivamente sotto forma di banconote e monete. Come si possono conciliare questi due aspetti contrastanti? La risposta, non stupirà scoprirlo, viene ancora una volta dalla Cina, la prima grande economia mondiale a essere sul punto di emettere una sua propria moneta digitale, stampata (se così si può dire) dalla banca centrale. Denaro vero come il contante, ma digitale come i pagamenti che oggi eseguiamo sfruttando intermediari commerciali. “Digitalizzare il contante presenta però alcune importanti sfide”, scrive ancora Quartz. “Una valùta di questo tipo dovrebbe essere al riparo dai fallimenti come il contante, privata, invulnerabile ai blackout elettronici e allo stesso tempo facile da utiizzare”.
Ed è proprio a seconda delle caratteristiche a cui si dà più importanza che questa moneta digitale può prendere forme diverse. Utilizzare un registro distribuito (simile alla blockchain che regola l’emissione di Bitcoin) significa avere più privacy ed essere quasi immuni agli attacchi hacker, ma il sistema è più lento e non è facile da impiegare. Viceversa, una moneta emessa da un sistema digitale centralizzato è facile da usare e più efficiente, ma suscettibile di attacchi hacker.
Proprio per questo, la Cina pare aver optato per un sistema ibrido: sfrutterà la blockchain per l’emissione della sua moneta, ma non sarà una blockchain pubblica come quella dei Bitcoin, a cui tutti possono accedere. Così facendo, l’obiettivo è ottenere il meglio di entrambi i sistemi senza sacrificare eccessivamente né la facilità d’uso né la sicurezza.
Scopriremo abbastanza presto se la visione cinese del futuro del denaro avrà successo, visto che questa moneta digitale potrebbe venir emessa già nel giro di pochi mesi. Nel frattempo, i piani di Pechino stanno venendo copiati un po’ in tutto il mondo. Sempre il report della BIS sottolinea come ci siano una dozzina di nazioni che stanno studiando progetti per dare vita a una moneta digitale emessa dalla banca di stato.
Alcune, in verità, hanno già compiuto (o sono in procinto di compiere) questo passo: il Venezuela ha da tempo lanciato il suo Petro nel tentativo di aggirare le sanzioni e (provare a) combattere la superinflazione che flagella il paese. La Corea del Nord è da anni innamorata delle criptovalute, sempre come strumento utile a farsi beffe delle sanzioni, e sta lavorando per dare vita alla propria personale moneta digitale. Lo stesso potrebbero fare a breve anche nazioni dal peso specifico molto più elevato come Russia, Iran e soprattutto Giappone (qualche timido progetto inizia a intravedersi anche nell’Unione Europea).
Ovviamente, queste monete digitali avranno una fondamentale differenza con quelle tradizionali: cancelleranno la privacy a cui il contante dà diritto. Oggi, l’unico modo per non esplicitare dove, quando e per acquistare cosa si è effettuata una certa spesa è infatti quello di usare le vecchie banconote, che non sono in alcun modo tracciabili. Tutto questa verrà quasi certamente meno nel momento in cui gli stati, gradualmente, introdurranno le loro monete digitali.
Il venir meno della privacy ha anche qualche aspetto positivo: sarà molto più difficile evadere le tasse o pagare in nero, per esempio. Allo stesso tempo, per le più svariati ragioni, potremmo ogni tanto avere bisogno di non rendere note a nessuno le spese che vogliamo comunque effettuare. E quindi, che fine farà la privacy nell’epoca delle monete digitali?
È proprio qui che potrebbero rientrare in gioco le criptovalute tradizionali: Bitcoin, Ethereum e quelle ancor più legata alla riservatezza come Monero o Zcash. Ma non è solo una questione di legittima privacy, perché il mercato dell’illegalità – che vive attraverso il contante – non sparirà certo così facilmente (la sola marijuana, in tutto il mondo, genera un volume d’affari da 340 miliardi di dollari) e le persone continueranno a usare i soldi anche per pratiche vietate dallo stato. Nella cosiddetta cashless society, in cui le monete e le banconote scompaiono, le criptovalute tradizionali potrebbero finalmente definire il loro scopo: diventare l’unico strumento disponibile per conservare la nostra privacy. Nel bene e nel male.
