Le parole del ministro per il Sud potranno essere difficili da accettare, ma sono condivisibili: in una situazione di emergenza vanno tutelati anche quei cittadini che, più per obbligo che per scelta, lavorano senza garanzie
Il 17 marzo è stato firmato il decreto Cura Italia, una manovra da 25 miliardi per sostenere economicamente il paese nell’emergenza da Covid-19. I lavoratori che ne potranno beneficiare sono 18 milioni, secondo le dichiarazioni della ministra del lavoro Nunzia Catalfo. Lavoratori dipendenti, ma anche autonomi. Non vengono invece prese in considerazione diverse forme contrattuali oggi sempre più diffuse, come dimostra il fatto che i lavoratori in Italia sono 25 milioni, 11 in più rispetto a quelli che il decreto dovrebbe raggiungere. Oltre a questi, poi, c’è il grande esercito dei lavoratori in nero – che secondo recenti stime riguarda 1,5 milioni di persone – che ovviamente non saranno raggiunti dalle misure.

“Se la crisi si prolunga dobbiamo prendere misure universalistiche per raggiungere anche le fasce sociali più vulnerabili: le famiglie numerose, oltre a chi lavorava in nero”, ha dichiarato il ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano. Nel suo ragionamento non ha parlato dei datori di lavoro, quanto piuttosto dei singoli cittadini che si sono ritrovati a lavorare senza regolare contratto – spesso non per scelta – e che oggi hanno perso quell’impiego illecito a causa della crisi sanitaria in corso. Le opposizioni non hanno preso bene questa uscita. “Molti lavoratori in nero già percepiscono il reddito di cittadinanza grillino, non servono altri sostegni”, ha sottolineato Annagrazia Calabria, deputata di Forza Italia. “Tra pensionati, precari, disabili, operai a casa c’è un popolo che sta soffrendo e sentiamo che bisogna aiutare chi lavora in nero”, ha polemizzato Matteo Salvini. E con loro, molti altri hanno accolto la dichiarazione del ministro con scetticismo, a dir poco.
Queste obiezioni sono apparentemente giuste, ma sono anche le più facili da fare. Se è vero che ci sono schiere di lavoratori regolari che non sono stati tutelati dal recente decreto e che più in generale devono quotidianamente scontrarsi con uno scenario di precarietà, è anche vero che spesso il lavoro in nero non è una scelta, ma l’unica alternativa. Il sommerso – nel senso di chi lo tiene in piedi, non delle ultime ruote del carro – è una piaga che si cerca di debellare da decenni, ma che non si è stati finora in grado di risolvere in modo adeguato: lo dimostra il numero enorme di lavoratori irregolari che ancora riempiono il territorio italiano. Fare di tutta l’erba un fascio, non compiere distinzioni nell’illiceità della condizione lavorativa, è però una ricetta sbagliata. Pensiamo ai braccianti nei campi del Mezzogiorno, sfruttati e non regolarizzati, o alle colf e badanti che oggi più che mai stanno soffrendo la condizione emergenziale, o agli operai che accettano un lavoro irregolare per poter arrivare a fine mese, ma che vengono messi a lavorare in assenza di ogni tipo di tutela securitaria ed economica. Sono vittime anche loro, che non si può criminalizzare allo stesso modo di chi questo sistema lo regge in piedi: la criminalità organizzata o quei datori di lavoro senza scrupoli.
“Il lavoro nero è una piaga da combattere, ma esiste e non si affronta solo con la repressione. Come istituzioni abbiamo il dovere di offrire un’alternativa, altrimenti l’alternativa la offrono gli ‘altri”, ha sottolineato il ministro Provenzano. E il punto è proprio questo. Se fino a oggi non si è stati in grado di sconfiggerlo, nel momento in cui un’emergenza drammatica come quella del Covid-19 si abbatte sul paese non si può ignorare chi si trova ora in una condizione di marginalità, qualunque sia il suo trascorso. Occuparsi di queste persone fa parte del percorso stesso di lotta al lavoro nero, è un tassello necessario per debellare quell’economia sommersa che in Italia vale oltre il 12% del Pil. Prendere in considerazione le pedine più piccole, quelle più vulnerabili, di questo sistema è il prezzo da pagare per non essere stati in grado fino a ora di abbatterlo, il sistema. Ma può essere anche il modo per risalire ai piani più alti della filiera, a chi davvero sfrutta schiere di lavoratori non regolarizzati per i tornaconti personali.
Criminalizzare le ultime ruote del carro non è mai la ricetta giusta, lo dimostra per esempio il proibizionismo in tema di sostanze stupefacenti: a continuare ad arrestare i pesci piccoli, non si è mai stati in grado di assestare un colpo a chi sta dietro, la criminalità organizzata. Oggi, nelle settimane dell’assistenzialismo da pandemia sanitaria ed economica, si ripete un discorso simile. Parlare del precariato irregolare non dev’essere un tabù, perché ci sono migliaia di lavoratori che sono le prime vittime di questo sistema. Ignorarli non è degno di uno stato che pensa ai suoi cittadini.
Leggi anche
