L’Ocse ha fatto un primo screening delle misure immediate da prendere per evitare che la pandemia sfoci in una crisi occupazionale

Carrozzieri al lavoro con la mascherina nell'Italia chiusa per coronavirus (foto di Antonio Masiello/Getty Images)
Carrozzieri al lavoro con la mascherina nell’Italia chiusa per coronavirus (foto di Antonio Masiello/Getty Images)

Sostenere subito il reddito dei cittadini, evitare che le imprese possano chiudere appesantite dal costo degli stipendi e sperare che la pandemia causata dal coronavirus finisca in fretta. Dopo, si vedrà. “Non abbiamo una visibilità totale su quanto durerà e come si svilupperà questa crisi”, spiega a Wired Andrea Garnero, economista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) che ha curato in team uno studio sulle opzioni dei governi per non far affondare l’economia in queste settimane di emergenza sanitaria.

“Ci sono almeno due scenari – dice -. Nel migliore dei casi l’epidemia può spegnersi rapidamente; per l’economia si tratterebbe di un bel colpo, ma temporaneo. Ma se le cose vanno male può durare a lungo, con il confino che continuerà per mesi.

Qualunque sia il finale, ora bisogna muoversi ed è necessario farlo in fretta per evitare il crollo dei consumi si traduca in licenziamenti a raffica. Per questo l’Ocse ha passato in rassegna le frecce che i governi potranno scagliare contro il virus. “Avevamo bisogno di capire le risposte immediate, ci sarà poi da riflettere su cosa fare nel medio periodo”, spiega l’economista.

Le scelte italiane: cig e una tantum da 600 euro

Dal primo screening emerge un dato confortante per la vecchia Europa: i paesi con strumenti di welfare più sviluppati, come l’Italia e la Francia, in prima battuta sono più preparati ad affrontare uno shock economico. “In Usa e in Corea del Sud, per esempio, fino a pochi giorni fa non esisteva un congedo di malattia che fosse pagato”, ragiona Garnero.

In Italia, invece, queste tutele esistono e ora che il paese si ritrova a essere suo malgrado front runner della pandemia c’è chi guarda con interesse alle prime soluzioni economiche adottate: cassa integrazione guadagni estesa a tutte le imprese e bonus una tantum da 600 euro per gli autonomi titolari di partite Iva.

(Foto: Fabio Cimaglia/LaPresse)

Prime mosse, sufficienti? La cassa integrazione – spiega Garnero – è utile in un periodo come questo: evita i licenziamenti, mantiene il capitale umano in aziende e permette di ripartire quando finisce la crisi”. Può aiutare a superare la botta”, ma bisognerà tornare indietro appena si chiude il periodo emergenziale per non drogare il mercato. “Il vincolo temporale deve essere posto alla fine della crisi; in compenso sarà necessario sviluppare la parte di sussidi di disoccupazione per i lavoratori. Chi perderà il lavoro deve ricevere dei soldi e un supporto, pratico e psicologico, per trovarne uno nuovo che paghi bene e non permetta solo di sopravvivere”, spiega Garnero.

Vale per i dipendenti e per gli autonomi. “Con questa crisi è emerso con più urgenza in Italia il problema delle partite Iva: i 600 euro che saranno erogati agli autonomi sono un cambio di passo radicale per la nostra cultura. Gli autonomi – ricorda l’economista – sono sempre stati meno protetti, per delle ragioni di complessità storiche e pratiche. Ma oggi il mercato del lavoro delle partite Iva si è indebolito e richiede delle protezioni nuove”.

Al sostegno al reddito va solo il 4,1% del Pil italiano

Il gap di protezioni tra dipendenti e autonomi è ampio in molti paesi, ma l’Italia – emerge dallo studio dell’Ocse – garantisce tutele al minor numero di autonomi tra i paesi avanzati.

Grafico Ocse sul gap di tutele tra lavoratori dipendenti e autonomi. Screenshot dal report pubblicato a marzo 2019

Non solo: sebbene l’Italia spenda il 28,5% del suo prodotto interno lordo per finanziare lo stato sociale – una cifra di gran lunga superiore alla media Ocse: 20,5% – di soldi cash nelle tasche dei lavoratori ne arrivano pochissimi: per sostenere il reddito della popolazione in età lavorativa si spende il 4,1% del prodotto interno lordo, molto meno per esempio di Francia (5,4%), Olanda (6%) o Belgio (7,5%) e in linea con la media Ocse (4%). La stragrande maggioranza delle risorse per il Welfare state finisce ai pensionati che drenano il 16,2% del Pil, meno solo di quanto avvenga in Grecia (16,9%).

45% dei Paesi sostiene genitori: congedo e voucher

Percentuali che dovranno riequilibrarsi nel prossimo futuro perché la lista della spesa per scongiurare la pandemia economico-finanziaria è ampia e costosa. “Sarà un impegno significativo, serviranno svariati miliardi”, taglia corto Garnero.

I diversi paesi dell’Ocse, spiega l’economista, in questi giorni “si stanno muovendo in maniera abbastanza coordinata pur senza coordinarsi. Le misure che si stanno prendendo sono molto simili: il 90% degli stati sostiene la liquidità delle pmi; il 75% ha varato misure il reddito per i lavoratori; il 60% ha introdotto o esteso la cassa integrazione”.

Poi ci sono i Paesi che hanno implementato norme per aiutare chi è malato con congedi di malattia più generosi e il 45% dei governi Ocse ha preso misure per permettere ai genitori di continuare a guadagnare con le scuole chiuse: congedo parentale e voucher babysitter. Il 30% dei paesi ha scelto anche di aiutare chi è in difficoltà abitativa, attivando la sospensione di sfratti e pignoramenti. “Francia e Italia si distinguono per aver sospeso i licenziamenti economici, sono unici due paesi: è una norma – chiosa Garnero – che ha senso per rassicurare i lavoratori e evitare comportamenti opportunistici degli imprenditori”.

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