Jochen Rindt perse la vita nelle qualifiche del Gran Premio d’Italia di Monza del 1970. Quel 5 settembre rimarrà una data indelebile nella mente degli appassionati della Formula Uno e non solo. Il pilota austriaco andò a schiantarsi a pochi metri dall’imbocco della Parabolica, morendo sul colpo. Nonostante questo tragico avvenimento il pilota austriaco fu in grado a fine anno di aggiudicarsi il titolo, postumo ovviamente, della massima categoria del motorsport. Un evento straziante e unico nella storia della Formula Uno, che merita di essere raccontato come merita per onorare nel migliore dei modi il ricordo di uno dei grandi della categoria.

Incominciamo con il dire che la carriera del pilota nato a Magonza in Germania (anche se poi corse con licenza austriaca) il 18 aprile 1942 è stata quanto mai peculiare. Nei 61 Gran Premi disputati, infatti, ha totalizzato la bellezza di 34 ritiri, centrando la sua migliore stagione proprio in quel maledetto 1970. Un anno che lo portò, come detto, alla morte ma anche al titolo iridato.

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L’esordio in Formula Uno, nemmeno a dirlo con un ritiro, nel 1964 ad appena 22 anni con la Brabham nel Gran Premio d’Austria disputatosi all’Aerodromo Hinterstoisser-Zeltweg e vinto dal nostro Lorenzo Bandini (un altro pilota che andrà a pagare un conto salatissimo alla sorte nel 1967 a Montecarlo). Dopo questa “toccata e fuga”, Rindt dà il via vero e proprio alla sua carriera in Formula Uno nella stagione successiva sulla Cooper. I risultati non sono clamorosi, con un quarto posto nel Gran Premio di Germania del Nürburgring (vinto da Jim Clark) come migliore risultato. Nel 1966, invece, arriva un deciso cambio di passo. Dopo il ritiro di Montecarlo (all’epoca esordio del campionato) centra due secondi posti (Belgio e Stati Uniti), un terzo posto in Germania, quindi due quarti (Francia e Italia) e un quinto (Gran Bretagna). La classifica generale lo premia con un terzo posto assoluto con 24 punti contro i 28 di John Surtees ed i 45 del dominatore dell’annata, Jack Brabham.


Nel 1967, invece, Jochen Rindt vive un’annata che dire disastrosa è dire poco. 10 gare disputate, solamente due concluse. La Cooper proprio non va e cambia ben tre modelli (T81, T81B e T86) ma lo abbandona quasi ovunque, tranne che per i due quarti posti di Belgio e Italia. Il passaggio alla Brabham nel 1968 potrebbe rappresentare un cambio di scenari, invece i risultati si fanno ancora peggiori. 12 Gran Premi in calendario, ma solamente due conclusi con i terzi posti di Sudafrica e Germania. Un filotto di ritiri che non possono che portarlo ad un cambio di casacca. Arriva l’opportunità con la Lotus nel 1969 ma, ancora una volta, Rindt parte con 4 ritiri consecutivi. Da metà stagione, tuttavia, la macchina inizia a volare e arriva anche il primo successo in carriera: il Gran Premio degli Stati Uniti di Watkins Glen. Il quarto posto finale in graduatoria generale (grazie anche ai podi di Monza e Canada) sono il preludio per quanto si vedrà nel 1970.

Ancora una volta l’inizio della stagione è complicato. L’austriaco è tredicesimo nell’esordio in Sudafrica, quindi è costretto al ritiro in Spagna a Jarama. Alla terza gara arriva la tappa di Montecarlo e Rindt vince partendo addirittura dall’ottava posizione rifilando 23 secondi a Brabham. Il cambio di marcia vero e proprio arriva dopo il ritiro di Spa. Quattro successi consecutivi tra Olanda, Francia, Gran Bretagna e Germania con uno scatto rabbioso verso il titolo. La vittoria di Hockenheim sarà anche l’ultima gara conclusa dal portacolori della Lotus che si ritirerà in casa a Zeltweg, prima del drammatico fine settimana del Gran Premio d’Italia.

Monza è pronta per il consueto grande spettacolo ma le qualifiche del sabato macchiano in maniera indelebile la storia di quella annata e, soprattutto, della Formula Uno. La sua Lotus 72, infatti, diventa incontrollabile poco prima dell’ingresso della Parabolica. Rindt nulla può e conclude la sua corsa a circa 250 kmh contro il guard-rail esterno sul lato sinistro. Un impatto violentissimo dovuto, probabilmente, ad un guasto ai freni. La scuderia britannica, infatti, aveva deciso di mettere in pista vetture senza alettoni per contenere la differenza di prestazioni con le Ferrari su un circuito così veloce. Questa assurda scelta tecnica rese la monoposto inguidabile e il cedimento strutturale fu quindi inevitabile.

La morte arrivò sul colpo, con una serie di “casi” imprevisti che resero tutto ancor più fatale, anche perchè in teoria l’angolo d’impatto non era particolarmente drammatico. La ruota sinistra, purtroppo, si infilò sotto le protezioni, dove probabilmente alcuni tifosi avevano scavato una buca per entrare clandestinamente, e causò una rapidissima rotazione della monoposto. La morte fu causata dal piantone dello sterzo, che sfondò lo sterno di Rindt, mentre le cinture di sicurezza non ressero la decelerazione, proiettando il pilota in avanti verso il volante.

Uno shock per il mondo della Formula Uno che, tuttavia, decise di correre nella giornata successiva, con il successo di Clay Regazzoni su Ferrari. A quel punto il titolo rimase in bilico negli appuntamenti conclusivi, Canada, Stati Uniti e Messico. II ferrarista Jacky Ickx tentò la rimonta finale, vincendo a Mont-Tremblant ed a Città del Messico, ma il quarto posto di Watkins Glen, dove vinse Emerson Fittipaldi, lo fermò a quota 40 punti. Jochen Rindt era a 45 e, quindi, il titolo venne assegnato postumo al campione austriaco.

Un destino quanto mai atroce per Jochen Rindt, che trovò la morte nella migliore stagione della sua carriera, nella maniera più beffarda possibile. Dopo una epopea fatta di ritiri e delusioni, stava raccogliendo vittorie e successi che lo stavano ripagando di annate difficili. Ma, proprio in quel momento, la sua vita è andata a spezzarsi, consegnandolo alla leggenda della Formula Uno. Un titolo postumo ha sicuramente un valore differente rispetto agli altri, ma ad ogni modo permette di collocare l’austriaco laddove merita, ovvero nella lista dei più grandi di sempre.

alessandro.passanti@oasport.it

Twitter: @AlePasso

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Foto: Jochen Rindt

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