Roma violenta – La politica, mischiata al calcio, ci porta fin dentro lo stadio Olimpico di Roma dove viene ferito mortalmente un tifoso biancoceleste

 

La cronaca nera si impossessa del gioco del pallone. Siamo a fine anni 70 e i fatti di quella giornata raccontano di una vicenda che ha segnato la storia del calcio della capitale e soprattutto del derby. Da quel dannato momento, Roma-Lazio è anche il ricordo di un giovane tifoso della squadra biancoceleste: Vincenzo Paparelli.

Vincenzo non non avrebbe dovuto esserci allo stadio quella maledetta domenica di fine ottobre del 1979. Il fratello Angelo, che viveva nella stessa palazzina di Vincenzo, decise di rimanere a casa per stare vicino alla moglie incinta. Angelo, laziale e abbonato in curva nord, consegnò il suo titolo di entrata all’Olimpico al fratello. Roma, quel giorno, si svegliò sotto la pioggia.

Roma violenta

La città, in quegli anni, era diventata il punto centrale di una violenza che scosse tutta la nazione. Strisce di sangue mettevano in evidenza numerosi corpi immobili sull’asfalto. Si ammazzava anche per futili motivi, per mettere in risalto le proprie azioni, per dimostrare di esistere, a volte sbagliando personaggi e bersagli.

A Roma si sparava e si uccideva per tutto: traffici illeciti, politica, droga, terrorismo. 29 omicidi nel ‘78, 22 nel ‘79, 30 nell’80: questi furono i numeri del terrorismo che tormentava il Bel Paese in quel periodo.

La città era sotto il controllo della Banda della Magliana,  un’organizzazione criminale operante a Roma e provincia. La stampa le “coniò” questo nome poiché i maggiori fondatori e tanti membri risiedevano nell’omonimo quartiere. È considerata, tutt’oggi,  la più potente e violenta organizzazione criminale che sia mai esistita nel capoluogo laziale.

Sangue su Roma e politica

Il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, venne rapito da un commando di brigatisti e, probabilmente, trascorse 55 giorni, prima di essere ucciso il 16 marzo del 1978, nella “prigione del popolo” (e covo dei terroristi) di via Montalcini, tra via Portuense e via della Magliana. In seguito si seppe che, tale ubicazione, era circondata dalle case di molti affiliati della Banda; controllavano il territorio e che ci fossero poche “visite”.

Una rivista settimanale,“Osservatore Politico”, era specializzata nel redigere, commentare e pubblicare scandali politici tra i quali il caso Moro. Il direttore era il giornalista Mino Pecorelli e la sua rivista, attraverso interessanti e “gravi” inchieste, si rivelò uno strumento di ricatto e condizionamento del mondo politico per lanciare messaggi cifrati e ricattatori. Mino Pecorelli fu assassinato il 20 marzo del 79 e La Banda era a capo dell’esecuzione del giornalista/avvocato. Al processo emerse un chiaro coinvolgimento anche di Massimo Carminati, un importante esponente del Nucleo Armati Rivoluzionari, il quale venne imputato di aver commesso materialmente l’omicidio nell’interesse di Giulio Andreotti, oggetto di un duro attacco attraverso gli articoli del settimanale O.P.: Pecorelli minacciava di far uscire altre verità sul sequestro Moro, insieme ad altri segreti sullo scandalo Italcasse che riguardavano direttamente Andreotti.

Sempre la Banda, data la presumibile analogia di interessi con gli ambienti della rivolta e di alcuni settori fuorviati dei servizi e della politica, trova perfetta esemplificazione nel tentativo di depistaggio legato alla strage della stazione di Bologna del 02 agosto del 1980, per la quale, nel 1995, alcuni personaggi dei N.A.R., vennero riconosciuti esecutori materiali.

L’ultima domenica di Vincenzo Paparelli

La violenza politica si trasferì nel calcio. In curva l’abbigliamento era paramilitare e i volti venivano coperti da passamontagna; nella “Nord” nascevano gli Eagles Supporters, i Fedayn nella “Sud”. Ed è lì che Giovanni Fiorillo stava armeggiando un tubo in metallo che permette di sparare dei terribili razzi; il primo attraversò tutto il campo, sorvolò la curva Nord e si spense all’esterno dello stadio. Il secondo centrò in pieno volto Vincenzo Paparelli che dopo pochi secondi si ritrovò a terra in un mare di sangue. Sono le 13:30 di domenica 28 ottobre 1979, il calcio italiano sta guardando, in diretta, minuto per minuto, i terribili fatti dell’Olimpico. Inutile sarà la corsa in ospedale, Vincenzo Paparelli morì quando le lancette dell’orologio indicavano le ore 14:00

Dopo trenta minuti, Roma e l’Italia sapranno che allo stadio Olimpico ci è scappato il morto. La capitale fu sconvolta, gli assalti dei tifosi laziali durarono fino a sera quando  alcuni tenteranno di raggiungere la sede della Associazione Sportiva Roma, ma vennero bloccati da un cordone delle Forze dell’Ordine.

L’arbitro del derby, Pietro D’Elia da Salerno, dopo aver consultato i presidenti delle due squadre, il laziale Lenzini e il romanista Dino Viola, decise che la partita doveva giocarsi. Furono 90 minuti senza alcun senso, privi di razionalità. Il risultato finale sarà di 1-1, Zucchini (L) e Pruzzo (R), ma qualcuno scriverà, educatamente e con un senso civico superiore, che quella partita non è mai stata giocata. In realtà quella partita doveva scongiurare altre provocazioni e disordini, dentro e soprattutto fuori lo stadio, e i calciatori si dimostrarono rispettosi e responsabili.

Le indagini porteranno alla conclusione che Fiorillo non sparò da solo. Con lui c’era l’amico Enrico Marcioni, ancora minorenne, e un altro membro del “CUCS”, Marco Angelini.

I tre, dopo la sentenza di primo grado del 3 luglio 1981, e dopo il secondo grado pronunciato l’8 maggio 1987, furono condannati dalla Cassazione alle seguenti pene definitive: 6 anni e 10 mesi di detenzione per Fiorillo, 6 anni e 10 mesi per Angelini, 4 anni e 10 mesi per Marcioni.

 

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