Un mondo alla rovescia, dove la specie umana è in ritirata e la natura in riscossa: piante e animali riconquistano spazi, i rombi dei motori tacciono e l’aria torna pulita o almeno respirabile. Nei giorni più cupi del lockdown, tappati in casa, molti di noi si sono consolati e trastullati con questa idea utopica, diffusa da tanti contenuti divenuti virali sui social. Sognando che potesse esserci un effetto collaterale, positivo per la Terra, della nostra clausura, che là fuori qualcuno almeno se la spassasse, finalmente. E abbiamo sorriso scoprendo che, in nostra assenza, persino i panda in cattività, dopo 10 anni di inutili incoraggiamenti da parte degli scienziati, inclusa visione di film porno, avevano ritrovato la voglia di fare sesso.
Ora, nella fase 2 della pandemia, ci avviamo, con le necessarie cautele, a ritornare in attività. Già circoliamo nelle vie cittadine e nei parchi, e presto con l’estate alle porte la nostra chiassosa presenza raggiungerà spiagge, campagne, monti. E allora, rompendo l’incanto del lockdown, la natura ci apparirà come non l’abbiamo mai vista. Il post lockdown è un’occasione “magica” riscoprirla, ma noi dovremo dare prova di una affettuosa tolleranza interspecifica, dice l’etologo Enrico Alleva, accademico dei lincei e presidente della Federazione Italiana Scienze della Natura e dell’Ambiente. Per esempio, mantenendo le distanze, non quella di un metro imposta dal coronavirus ma quelle permesse da un buon binocolo. Ecco tutti consigli dell’etologo per fare tesoro di questa esperienza.
Professor Alleva, nella fase 2 siamo tornati nei parchi e presto potremo circolare ovunque dopo lunghe settimane di lockdown. Come ci dobbiamo comportare?
Dovremo dare prova di una affettuosa tolleranza interspecifica. In effetti è una occasione “magica” per osservare le specie che ci circondano. Possono essere piccoli uccelli insettivori, come le cinciallegre o i pettirossi, possono essere le cornacchie o i piccoli falchi come gheppi o pellegrini: le loro uova si sono schiuse da poco, e ci sono tante videocamere puntate dentro i nidi, quindi è un buon momento per l’osservazione. In altre zone possono essere le volpi… Per ognuna di queste specie è facile trovare in rete informazioni: i canti degli uccelli, la lunghezza della gestazione o della cova.
In questo modo non si rischia di interferire ancora di più nelle attività animali?
Ci deve essere sempre l’etica della distanza: non parlo di un metro, come per il distanziamento sociale tra umani, ma della distanza da binocolo per i nidi, le tane o il singolo animale. Procuriamoci un binocolo che ingrandisca i mammiferi 10-12 volte, gli uccelli 8-10 volte e poi… mettiamoci in osservazione! Ma altrettanto importante è l’etica del non raccontare in giro dove si trova, una volta scoperto, un nido o una tana. Infine, ora che abbiamo ricominciato a muoverci, facciamolo con rispetto: non infiliamo il naso nei nidi, tratteniamo il muso del nostro cane al guinzaglio, asteniamoci da fotografare da vicino. Rischiamo altrimenti di fare abbandonare il nido o la tana, o anche solo banalmente di spaventare l’animale. Queste sono solo alcune delle regole basilari. Ma ne esistono molte altre: informiamoci, leggiamo. Possiamo consultare internet e iscriverci a una delle tante società a carattere semi-professionale o amatoriale, come Legambiente, WWF e Lipu, ottimi punti di partenza per avvicinarci e comprendere meglio il sorprendente mondo animale che ci circonda.
E’ vero gli italiani hanno perduto la dimestichezza con la natura che avevano i loro nonni, diversamente da altri popoli europei, e perché?
Quello che osservo è la profonda frattura che si è creata tra gli italiani di oggi e la tradizione cosiddetta rurale, quella che comincia nel Neolitico, si consolida nel Medioevo e continua nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Fino ad allora la cultura agricola, e anche venatoria, offriva agli italiani un’alfabetizzazione di massima in campo animale: per esempio, tutti sapevano riconoscere un cane nervoso e in procinto di mordere. Secondo quella visione utilitaristica, il cane stava nell’aia, raramente dentro casa e solo in particolari condizioni e per razze di piccole taglia, che peraltro davano la caccia a topi e ratti. La conoscenza di erbe e piante anche a scopo alimentare era diffusa come virtù domestica anche dalle donne borghesi. Gran parte di queste conoscenze, e di questa cultura, è andata persa rapidamente. L’esplosivo inurbamento degli anni Cinquanta ha portato a Roma tanti abruzzesi e molisani, spostato gente dal Sud verso il Nord industrializzato. C’è stata una drammatica perdita della memoria rurale in Italia. Altrove invece l’alfabetizzazione agricola è ancora diffusa e sono paesi zoofili – almeno sulla carta – con molti bird watcher, come ad esempio il Regno Unito, la Germania, la Svizzera, per alcuni aspetti la Francia e anche l’Olanda. Tutt’altra situazione nei paesi latini, e mi riferisco soprattutto al contesto italiano, con le sue peculiarità locali, grandi aree di cacciatori e altre di pastori.
