Dossena Andrea

Dossena: dico sempre che Napoli è la Liverpool italiana e viceversa. Vivono in maniera passionale, ed è un po’ all’opposto che da noi, la zona ricca è al sud, la zona più povera al nord

Andrea Dossena, ex difensore ed attuale allenatore, un trascorso nel Liverpool tra il 2008 e il 2010, è intervenuto ai microfoni di TMW Radio, nel corso della trasmissione Stadio Aperto,  per commentare il ritorno alla vittoria in premier League dei Reds.

Queste le sue parole:

Il Liverpool meritava la premier alla grandissima

“Ai miei tempi eravamo una bella squadra e non a caso ci siamo giocati il titolo all’ultima giornata contro il Manchester United di Ronaldo. Finalmente ora il Liverpool può gioire per un traguardo atteso da trent’anni: incredibile che sia passato così tanto ma il momento è arrivato. Hanno dovuto fare le cose in grande, ammazzando questa Premier bruciando record con numeri strabilianti. Dispiace non vedere il popolo rosso che invade la città a causa del Covid ma è comunque una grande soddisfazione, hanno aperto un ciclo e la Premier se la meritavano alla grandissima”.

Vista l’emozione di Klopp?

“Sì, si merita tutto. Umanamente si vede che ha un grande rapporto con città e giocatori, vive in modo passionale ed è la gratificazione di una carriera che da calciatore non l’ha visto arrivare a grandi successi, ma poi riuscire a costruirsi un percorso tra Mainz e Borussia Dortmund. Adesso per forza di cose ha un posto nell’Olimpo degli dei del Liverpool”.

Dossena spiega come viene vissuto il calcio nella Liverpool sponda rossa

“Dico sempre che Napoli è la Liverpool italiana e viceversa. Vivono in maniera passionale, ed è un po’ all’opposto che da noi: la zona ricca è al sud, la zona più povera al nord. La rivalità storica è con Londra, e oltre all’Everton che è sfida stra-cittadina, la partita clou è quella contro il Manchester United. Io mi sono ritrovato catapultato da una realtà tranquilla come Udine a fare una tournée in Asia dove c’era gente che aveva tatuato il palmares del club su tutto il corpo. Ho capito che qualcosa era cambiato… In America e Sud est asiatico la Premier è seguitissima, e il Liverpool è uno dei club più amati di tutto il mondo: giustamente ora è tornato dove deve stare”.

Chi secondo lei merita una citazione tra i meno nominati?

“Direi Milner, per cosa mette negli allenamenti e per come l’ha usato Klopp: lui ha risposto sempre presente con umiltà e prestazioni in qualsiasi ruolo sia stato schierato. Per fare così tante vittorie qualcosa di magico l’hanno trovato tra loro: il simbolo, poi, l’emblema, rimane Klopp”.

Che ne pensa dei due terzini, Robertson e Alexander-Arnold?

“Due realtà completamente diverse. Uno è un operaio messo nella situazione migliore per rendere sempre al massimo, e tanto di cappello rispondere sempre presente e crescere così tanto come ha fatto lui senza sbandare o perdere la strada: un soldatino sempre perfetto, e Robertson si merita ogni elogio. Dall’altra un prodigio, perché Gerrard anni fa disse, quando allenava le giovanili, che Alexander-Arnold era un crack. Fare il fenomeno davanti ai tuoi tifosi e giocare per la gloria è la cosa più bella”.

Può esistere un Klopp in Italia?

“Scherzando due anni fa mandai un messaggio ai dirigenti del Liverpool, quando vinse Ranieri il campionato col Leicester, dicendo che per vincere serve un allenatore italiano. Mi avevano risposto che con calma, programmando, ci sarebbero arrivati. In Inghilterra è così: hai più tempo, e gli allenatori sono manager che gestiscono un po’ tutto, hanno la tranquillità di poter sbagliare. In Italia senti allenatori che dicono di non fare il gioco in cui credono perché rischierebbero di più di perdere il posto. Questa sicuramente è una cosa a favore dell’Inghilterra”.

Questa squadra è un ritorno alla verticalità, l’antitesi al possesso che va oggi di moda?

“Dico sempre che a fine anno ero contento se un allenatore mi aveva dato qualcosa. Puoi giocare in un modo o nell’altro, l’importante è vedere la mano: era bellissimo vedere il Napoli di Sarri, così come l’Atalanta di Gasperini e il Liverpool di Klopp, tre realtà tutte diverse tra loro unite dalla mano del tecnico. E da una velocità supersonica: oggi si punta a fare 120 chilometri a partita, il calcio va ad un’intensità pazzesca e quando riesci a mettere nella testa dei giocatori che si devono sacrificare e correre per gli altri sei già a metà dell’opera”. Conclude Dossena.

Dossena Andrea

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