Marco Spissu, basket: “Pozzecco per noi è fondamentale, ha messo gli italiani sul livello degli stranieri. Preolimpico? Ci penso”

Se c’è un giocatore che oggi si trova particolarmente sulla cresta dell’onda, anche in chiave azzurra, data la sua grande crescita e l’enorme fiducia che gli ha dato Gianmarco Pozzecco, questo è Marco Spissu. Play titolare della Dinamo Sassari, è destinato a essere un punto di riferimento anche della Nazionale, dove pure avrà una concorrenza di alto livello nel novero di coloro che si stanno brillantemente facendo strada. Lui, che a Sassari è nato, incarna tutto della Dinamo: la conoscenza della sua storia, l’orgoglio del tifo, e una visione di gioco che è tra quegli elementi che, forse fortunatamente, le statistiche ancora non possono capire. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista in cui ci ha raccontato di presente, passato e futuro a tutti i livelli.

Com’è stato doversi fermare nella tua stagione più importante?

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“È stato un po’ particolare. È una cosa che non era mai successa prima. Ci hanno fermato nel momento più importante, più bello, quando iniziavano il bel tempo e i playoff. Stavamo arrivando verso i playoff. E’ stato strano, però bisogna sapersi rialzare. Ho cercato di allenarmi a casa tutti i giorni, magari cercare di lavorare su cose che durante l’anno non ho potuto curare, per via delle partite ravvicinate”.

Questa stagione l’hai chiusa con due partite un po’ particolari: a Roma a porte chiuse, con tutto quel che si è detto sul prima, e quella di Burgos con tante parole più dette che non dette.

“Quella di Roma è stata inusuale, perché arrivando abbiamo scoperto che forse qualche giocatore di Roma poteva essere stato contagiato con la squadra con cui avevano fatto uno scrimmage (Latina; l’allarme è poi rientrato, N.d.R.) in settimana. Anche loro non volevano scendere in campo, sono entrati a poco più di 10 minuti dall’inizio, c’era il PalaEur da 10.000 posti vuoto. Sembrava un’amichevole, non una partita di campionato. È stato triste, gli stimoli erano veramente pochi perché non pareva un incontro che valeva due punti. Quella di Burgos è stata la ciliegina sulla torta. Dovevamo giocare, non dovevamo giocare, avevamo le valigie pronte, non ci siamo allenati per due giorni, eravamo sempre in hotel, è stata particolare. Poi, ovviamente, si è bloccato tutto, giustamente”.

Quelle di Burgos non sono proprio le condizioni in cui uno vorrebbe giocare, perché è difficile passare da qualche ora prima, in cui sembra che non si possa scendere in campo, a qualche ora dopo in cui devi andare sul parquet con tutto quello che è successo. È difficile smaltire in poche ore.

“Sì, ma ripeto, noi lì avevamo la certezza di giocare. Siamo andati, poi ci han detto che non dovevamo giocare, siamo stati due giorni in hotel senza far niente, facendo e disfacendo le valigie, perché non avevamo la certezza di giocare. È stata una cosa un po’ anomala, non ci eravamo mai trovati in una posizione del genere, poi il virus stava aumentando. Le persone erano spaventate da questa cosa, poi i loro tifosi ci prendevano in giro, quando poi è arrivato anche in Spagna. Spero che questa cosa abbia fatto riflettere”.

In questa stagione vi stavate proponendo, più ancora di Milano, come alternativa alla Virtus Bologna. Avevate una brillante costruzione di squadra e stavate correggendo in corsa situazioni particolari prima con McLean e poi Jerrells. C’erano degli elementi che facevano pensare che si potesse andare lontano.

“La squadra era tosta, era fatta per provare a stuzzicare le big. Ci stavamo riuscendo perché eravamo secondi, in Champions siamo arrivati agli ottavi. Il secondo posto penso dica tutto”.

Sono tre anni che sei tornato a giocare per la squadra della tua città, e oltretutto per traguardi importanti. Che sensazioni sono quelle che si provano a giocare in questa squadra, con questi obiettivi?

“Lo dico sempre: per me è speciale indossare questa maglia. L’ho sognata da bambino, quando andavo al campetto il mio sogno era quello di competere un giorno portando la maglia in giro per l’Italia e per l’Europa. Ora ci sono riuscito, quindi sono molto contento e orgoglioso di poterlo fare. Non posso chiedere di meglio”.

E sei riuscito a giocare anche con la maglia verde, di Coppa, che ha un suo significato.

“Sono i colori storici nostri. Con il verde ci abbiamo vinto la FIBA Europe Cup, è stato speciale”.

E anche il parquet a fine Anni ’90 aveva i bordi verdi.

“Sono infatti i colori storici: la prima Dinamo era biancoverde. Ritornare a questa storia è stato bello”.

Sempre con la supervisione della Dinamo, tu hai fatto tutto il percorso dalla C alla A senza salti mortali, con tre anni in A2. Tu ti senti una sorta di self made man della pallacanestro?

“Ho fatto dala C all’A2 Silver, poi 3-4 anni in A2, per poi provare a salire in A dove sono adesso. I salti mortali non servono, perché saltando troppo in allungo rischi di cadere e di farti male. Meglio un passo alla volta, come ho fatto io. Riesci ad arrivare in alto”.

A2 disputata peraltro in piazze importanti, come Reggio Calabria e Bologna, senza dimenticare Casalpusterlengo e Tortona.

“Mi sono trovato bene ovunque io sia andato. Sono stati passi fondamentali per la mia crescita, per la mia carriera. Ho lasciato bei ricordi, c’è gente che ancora mi scrive dalle città in cui ho giocato, sono molto legato”.

In alcune di queste squadre hai avuto anche le chiavi in mano. Quanto è stato importante che la gestione della squadra fosse demandata direttamente a te?

“È stato importante. Penso che uno ce l’abbia dentro questa cosa, questa leadership, questa mentalità. Quando uno cresce, poi si accorge di avere questa ‘fortuna’. Non tutti ce l’hanno. Ho cercato di coltivarla fin da quando ero piccolo, poi devi trovare la persona che crede in te e non è sempre facile. Devi avere molta fortuna”.

Alla Virtus Bologna facevi parte di una squadra in missione, perché c’era la piazza che rivoleva subito la Serie A, c’è stata in mezzo la Coppa Italia di categoria all’Unipol Arena e hai in sostanza vissuto una pressione importante.

“Era una pressione positiva, nel senso che giocare a Bologna non ti capita tutti i giorni. È Basket City. Alla Virtus è stata un’annata ricca di emozioni, anche perché abbiamo vinto tutto quello che potevamo. Ho dei grandissimi ricordi. Era una pressione positiva. Mi piace avere un po’ di pressione, perché riesco a rendere anche meglio”.

Poi sei tornato alla base e ogni anno hai avuto sempre maggiori responsabilità.

“Sì, ho salito i gradini uno alla volta, ma senza mai farne due o tre in un sol colpo, per far sì che la mia maturazione sia sempre più in alto, ma sempre costante”.

Il primo anno è stato anche il più complicato, con situazioni come il cambio Pasquini-Markovski.

“Sì, però fa parte del basket, non è sempre tutto rose e fiori. Il cambio in panchina c’è stato, anche se non siamo riusciti a centrare i playoff, è stato un anno un po’ così”.

Anche il secondo anno sembrava andare sulla stessa falsariga, però con il passaggio da Vincenzo Esposito a Gianmarco Pozzecco non è che fosse cambiato poi tanto il gioco, ma si è trattato più che altro del fatto che si è creato qualcosa di diverso.

Poz ha messo gli italiani sullo stesso livello degli stranieri, e chi se lo meritava giocava. Molte partite le abbiamo chiuse col trio degli italiani. È stato fondamentale per noi: ci divertivamo, ha ridato entusiasmo ed è quello che serviva alla piazza”.

Poi avevate (e avete avuto ancora in questa stagione) il faro chiamato Dyshawn Pierre, che è un giocatore eccezionale.

“È veramente un fenomeno. Il campionato nostro gli sta stretto, come pure la Champions League, spero che possa trovare una squadra di Eurolega, perché è lì che merita di stare”.

E proprio in quella stagione c’è stata la giocata dell’anno: la schiacciata di Tyrus McGee di cui si è accorta pure la ESPN tu te la sei vista direttamente dal campo.

“Pazzesco. Ero in campo, non ho nemmeno avuto il tempo di esultare tanto perché poi dovevo rientrare in campo. Però, eccezionale”.

C’è una ragione per cui Jerrells non è mai riuscito davvero a entrare nei meccanismi?

“Premetto che siamo molto amici. Avevamo un tipo di gioco diverso, sinceramente poi non lo so, forse non era il tipo di giocatore adatto. Lui però è un ragazzo super, abbiamo legato tantissimo. Gli auguro il meglio”.

Da quale play con cui hai giocato nel passato, tra cui, oltre a Jerrells, ci sono Deloach, Stipcevic e Jaime Smith, qual è quello da cui sei riuscito a trarre di più?

“Non ce n’è uno in particolare. Ho visto gente, ma non solo dai play, ma anche da guardie e ali piccole, ho cercato di rubare cose che penso mi servissero”.

Il capitolo Nazionale si può dividere in tre capitoli. Il primo è quello delle Nazionali giovanili, con gli Europei disputati in casa, che però non sono stati molto fortunati. Cosa non riuscì ad avere quella squadra?

“Gli Europei sono una cosa a sé. Abbiamo avuto un mesetto per imparare a conoscerci e giocare insieme, non è mai facile. Non eravamo una delle squadre più forti e si è visto, però c’era gente che aveva gran giovani. Sono andati avanti altri perché erano più bravi”.

Fino a, sostanzialmente, 2-3 anni fa il reparto play della Nazionale era sostanzialmente chiuso. Poi, con le rinunce all’azzurro di Daniel Hackett e Luca Vitali, le porte si sono aperte a un sacco di opportunità. Meo Sacchetti ti ha chiamato per le qualificazioni europee. Che emozione è stata?

“Unica. Aspettavo da tanto quest’occasione e alla fine è arrivata. Ero veramente contento di indossare quella maglia e spero di poterlo ancora fare in futuro”.

A proposito di futuro, senti di poter arrivare a giocarti una maglia per il Preolimpico?

“È una cosa a cui penso, e ho lavorato anche quest’anno per meritarmi la chiamata. È normale che io ci pensi, poi spetterà al coach fare le sue valutazioni. È una cosa che mi piacerebbe”.

Cosa pensi del rinvio delle Olimpiadi?

È stato giusto, non ha senso rischiare. Sarebbe stato un assembramento veramente grande, è giusto che si sia spostato”.

L’anno prossimo rischia di esserci una problematica di calendario, perché la NBA rischia di ricominciare a dicembre cercando di mantenere le 82 partite, con rischio di “scontro” con le Olimpiadi. Cosa pensi che succederà?

“Sinceramente non lo so. Più che altro mi auguro di poter partecipare alle Olimpiadi. Non spetta a me decidere quel che debbano fare altri Paesi o leghe o no, per cui spero che anche gli NBA ci siano alle Olimpiadi”.

Il terzo capitolo della Nazionale, dopo le giovanili e la maggiore, è quello del 3×3 ai Giochi del Mediterraneo 2018. Quanto è stato strano per te fare questo cambiamento in una disciplina così diversa?

“Sapevo già che era uno sport che non avevo mai fatto. Mi sono divertito un sacco”.

Qualche tempo fa è stata effettuata la proposta delle mascherine per giocare. Tu cosa ne pensi?

“Mi sembra veramente esagerato, nel senso che si soffoca già con quelle normali camminando”.

Quali sono gli allenatori che ti hanno dato una maggiore impronta nel tuo modo di giocare attuale?

“Non ce n’è uno particolare, ognuno è stato fondamentale nella mia crescita. Non ho bisogno di fare nomi, quelli che sono stati importanti per la mia crescita lo sanno. Mi hanno dato tutti qualcosa, per cui li ringrazierò sempre”.

Parlando invece di Pozzecco, quanto è importante la sua presenza alla Dinamo e quanto è importante il fatto che catalizzi l’attenzione?

Lui per noi è più che fondamentale. Ha riportato entusiasmo, ha fatto appassionare gente che non conosceva la pallacanestro, e per il nostro mondo è veramente quello che ci serve”.

Ed è anche un grandissimo comunicatore, cosa che alla pallacanestro italiana servirebbe.

“È vero. Ci sa fare, è super per noi”.

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Credit: Ciamillo

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