D’altronde non ha negato l’evidenza neppure Mattia Binotto. Il team-principal ha spiegato dettagliatamente la situazione a Sky: “Non è sbagliato dire che saranno gare difficili per noi (facendo riferimento al doppio appuntamento in Austria, ndr). Ci dovremo guardare non solo da chi ci sta davanti, ma anche da chi ci sta dietro e siamo consapevoli che saremo in difesa. La cosa importante sarà correggere al più presto i problemi della vettura e speriamo di portare qualcosa al più presto, magari in Ungheria, con la speranza di fare un significativo passo in avanti. Da lì in poi, capiremo qual è il nostro reale potenziale per questa stagione. Dopo i test di Barcellona ci siamo accorti che sulla nostra vettura c’era un problema, perché non si comportava come speravamo rispetto a quelli che erano i nostri dati di progetto. Quindi, ciò che abbiamo potuto fare è stato semplicemente cancellare gli sviluppi che erano già in atto, cercando di ripartire e di correggere il tutto, sapendo che correggere significa fare un passo indietro con la speranza di farne tanti in avanti. Mentre gli altri hanno continuato a sviluppare, noi abbiamo dovuto fare questo passo indietro, rimanendo chiusi per nove settimane e potendo lavorare solo per cinque. E, in cinque settimane, non si riesce a ripartire e a portare degli sviluppi, perché se ci fosse stato qualcosa di già pronto lo avremmo sicuramente portato“.
Il 25 luglio del 2018 se ne andrò il presidente Sergio Marchionne. Lasciò una Ferrari brillante, in piena lotta per il Mondiale e, probabilmente, anche un pizzico superiore rispetto alla Mercedes. Fu l’inizio di un repentino declino. L’autunno si rivelò negativo, anche a causa dei tanti errori di Sebastian Vettel, schiacciato dalla forza mentale di Lewis Hamilton. A fine stagione arrivò il cambio al timone della squadra: addio a Maurizio Arrivabene, promozione di Mattia Binotto a team-principal. Se il primo anno (2019) poteva venire considerato una sorta di assestamento, il 2020 sarà l’ago della bilancia per soppesare il reale rendimento della gestione del nativo di Losanna. Al momento i fatti ed i numeri non mentono: la Ferrari non è mai stata in corsa per il titolo nel 2019 e, per ora, non lo è nel 2020. E’ perfino regredita, considerando che ha perso terreno nei confronti di scuderie che solo fino a pochi mesi fa erano distanti anni luce. Certo, è probabile che Binotto e lo staff tecnico puntassero quasi tutto sulla rivoluzione regolamentare prevista per il 2021 e successivamente posticipata al 2022 a causa dell’emergenza sanitaria. Un team come la Ferrari, il più vincente della storia della F1, non può tuttavia permettersi uno o più anni di transizione, da mera comparsa. Non può sbagliare il progetto iniziale per due stagioni di fila come se ciò fosse normale come bere un bicchier d’acqua. In tale situazione stona il silenzio assordante da parte dei vertici aziendali. L’approccio del presidente John Elkann e dell’ad Louis Camilleri, almeno pubblicamente, appare compassato, a tratti quasi distaccato. Ben diverso da quello ‘sanguigno’ di Marchionne, che quasi tutte le settimane spronava la squadra (anche con la stampa) e, se necessario, interveniva bruscamente per risolvere inconvenienti poco graditi.
Il pericolo tangibile è che questa Ferrari si stia abituando a perdere, accettando gli errori con fatalismo e senza autocritica. Eppure, per la Ferrari, sbagliare non può essere normale. A Budapest Binotto si attende tanti passi in avanti; forse sarebbe meglio dire che si aspetti un miracolo, tanto è schiacciante la superiorità della Mercedes. Ma, forse, occorrerebbe capire perché i dati progettuali non coincidano con quelli della pista e la Ferrari sia sovente costretta a rincorrere.
federico.militello@oasport.it
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