Per le associazioni dei diritti civili Facebook non fa abbastanza contro l’odio online

Fallisce l’incontro tra i rappresentanti della società civile e il social network sull’hate speech e sul boicotaggio della pubblicità in rete

(Photo by Drew Angerer/Getty Images)

Prima la campagna contro l’odio in rete promossa da alcuni gruppi di attivisti per diritti civili. Poi il boicottaggio da parte delle grandi multinazionali – da Coca Cola fino a Unilever – delle inserzioni pubblicitarie per protestare contro la diffusione di contenuti razzisti, misogini e violenti online. Tutte dimostrazioni che hanno come principale imputato Facebook che contribuisce fortemente, secondo i contestatori, alla diffusione dell’hate speech online attraverso le proprie policy di moderazione dei contenuti troppo permissive.

Accuse dalle quali la società di Mark Zuckerberg sta cercando di difendersi proclamando il proprio impegno nell’arginare fenomeni come odio, violenza e disinformazione sulla propria piattaforma. Per discutere di questi temi, il 7 luglio si è tenuto un meeting tra il fondatore Zuckerberg, il direttore operativo Sheryl Sandberg e i leader delle principali organizzazioni che hanno coordinato le proteste. Un’occasione sprecata, a quanto pare, perché Derrick Johnson della Naacp, associazione statunitense che occupa di diritti degli afroamericani, ha riferito che l’impegno di Facebook è poco concreto e mirato. “Abbiamo notato che la nostra conversazione non avrebbe portato a nulla. Manca la sensibilità culturale per capire cosa comporta il loro atteggiamento nel mondo dei social”, ha commentato.

Le accuse degli attivisti

Bisogna dire, però, che Facebook ha cambiato modus operandi da quando la questione dell’odio in rete è diventata una priorità nell’agenda dell’opinione pubblica. Il social ha sospeso alcuni gruppi di suprematisti bianchi e ha rimosso un post del comitato elettorale del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che incitava all’antisemitismo. Molto poco, secondo i critici, rispetto alla quantità di contenuti malevoli che vengono diffusi e molto spesso diventano virali online.

Le organizzazioni che hanno partecipato all’incontro, come riporta l’Associated Press, hanno presentato un elenco di 10 richieste ai vertici di Facebook per migliorare e modificare le policy dell’azienda. Tra queste: l’assunzione di un dirigente che si occupi di diritti civili; il divieto di creare gruppi privati ​​che promuovano la supremazia bianca, disinformazione o le teorie cospirative; la possibilità di segnalare i contenuti di politici che diffondono fake news sulle elezioni. Opzione,  quest’ultima, a cui Facebook si è sempre opposta ritenendo che il criterio di notiziabilità prevalga sull’eventuale inesattezza del contenuto pubblico, a differenza di quanto sta facendo Twitter.

Al termine dell’incontro, pertanto, non c’è stato alcun impegno concreto da parte dell’azienda che, invece, ha ribadito quanto le norme attuali stiano già facendo per bloccare post, gruppi e utenti che incitano all’odio. “Sappiamo che saremo giudicati dalle nostre azioni non dalle nostre parole e siamo grati a questi gruppi e a molti altri per il loro impegno continuo”, si legge in una nota diffusa dall’azienda a cui ha fatto subito eco un post pubblicato dalla Sandberg in cui si sottolinea che “da anni Facebook sta cercando di ridurre al minimo la presenza di odio sul social, spendendo miliardi di dollari che ci hanno aiutato a proteggere anche l’integrità della nostra piattaforma”.

Un atteggiamento che non è piaciuto né agli attivisti e né alle grandi multinazionali. L’elenco di società che potrebbero unirsi al boicottaggio delle inserzioni pubblicitarie su Facebook potrebbe allungarsi di molto nei prossimi giorni.

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