Coronavirus, perché la carica virale dei nuovi casi è più bassa

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(Foto: Niaid CC via Flickr)

“Il Covid non esiste più, è clinicamente morto”: queste le affermazioni, a partire dalla fine di maggio 2020, del primario del San Raffaele di Milano, Alberto Zangrillo. Questa prima esternazione ha dato il via ad altre e ha acceso un ampio dibattito sul minore rilievo clinico del nuovo coronavirus, sulla virulenza e sulla sua attuale capacità di contagiare. E gli esperti hanno espresso pubblicamente i loro punti di vista, anche molto differenti, quasi opposti (anche se spesso solo in apparenza). Ed è un po’ come se si fossero create due vere e proprie fazioni – anche se in realtà non è così dato che spesso il contrasto riguarda soltanto l’interpretazione degli stessi dati.

Diversi specialisti, fra cui, oltre a Zangrillo, il virologo Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri, Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia al San Raffaele di Milano, Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive al S.Martino di Genova, e altri, hanno firmato e reso pubblico un documento in cui sostengono che la carica virale dei nuovi positivi sia bassa e che pertanto potrebbero essere poco o per nulla contagiosi. Ma non tutti sono d’accordo: alcuni rappresentanti delle autorità, fra cui Silvio Brusaferro e Gianni Rezza, rispettivamente presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Iss, Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, e Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani, hanno dichiarato che il virus c’è ancora e non è meno aggressivo. Ma è così vero che le due posizioni sono opposte? E come interpretarle?

La carica virale è più bassa

Recentemente Guido Silvestri, virologo e direttore del dipartimento di Patologia e Medicina di Laboratorio alla Emory University, ha pubblicato un lungo articolo su Facebook, insieme ad alcuni colleghi, che spiegano come in molti dei nuovi positivi rintracciati in tempi recenti nei tampone si riscontri una carica virale bassa o molto bassa. In pratica c’è una minore quantità di materiale genetico del nuovo coronavirus e in diversi casi potrebbero esserci soltanto dei frammenti di materiale genetico di Sars-Cov-2, ma non il virione, cioè la forma del virus capace di provocare nuove infezioni. Secondo un’ipotesi fornita, ancora da verificare, in questi casi si potrebbe trattare in parte di pazienti contagiati anche molto prima, la cui positività emerge soltanto ora e la cui carica virale è diminuita.

Gli scienziati illustrano che il ricovero per Covid-19 è ormai raro e che la carica virale risulta spesso bassa o molto bassa, per ragioni in corso di approfondimento. In generale il gruppo si rifà ai dati di uno studio condotto nel nord Italia, cui hanno preso parte Massimo Clementi e Guido Silvestri e altri ricercatori del San Raffaele e della Emory University, che sarebbe poi stato pubblicato a breve, il 29 giugno 2020, sulla rivista Clinical Chemistry and Laboratory Medicine. Vediamo cosa dice la ricerca.

Il Sars-Cov-2 è meno aggressivo?

Nello studio pilota i ricercatori hanno comparato i risultati dei tamponi di 100 persone positive al virus e scoperte nel mese di aprile con quelli di 100 pazienti identificati a maggio. In generale dai risultati emerge che i positivi di maggio hanno in media una carica virale significativamente più bassa rispetto ai positivi di aprile, ferma restando la necessità di ulteriori approfondimenti.

Gli autori scrivono che le ragioni alla base non sono ancora chiare, anche se potrebbero esserci vari fattori concomitanti, epidemiologici, virologici, legati all’aumento delle temperature e al calo dell’inquinamento ed eventualmente alla presenza di varianti con una virulenza e una patogenicità minore – ma questa, come scrivono gli autori, resta un’ipotesi ancora da studiare, dato che attualmente non abbiamo prove. Secondo Franco Locatelli, ci sono meno malati gravi non perché il virus sia meno aggressivo – dato che non ne abbiamo prove – ma perché si riesce a individuare prima i contagiati, dopo 1-2 giorni dalla prima comparsa dei sintomi, contro i 5 di marzo.

Il distanziamento abbassa anche la carica virale

Nello studio viene poi riportata un’altra ipotesi, finora non emersa, degna di nota. Gli autori sottolineano che il lockdown e il distanziamento sociale possano avere avuto un duplice effetto. Da un lato le occasioni di incontro e interazione erano fortemente ridotte, con la conseguenza di una minore incidenza dei casi. Dall’altro gli scienziati mettono in luce che proprio le misure adottate potrebbero aver contribuito a infezioni meno gravi, dato che la distanza fisica, l’uso delle mascherine e il lavaggio frequente delle mani hanno un effetto sull’ambiente esterno e riducono la carica virale, dunque anche quella dei nuovi contagiati, come mostrato da qualche studio su Covid-19 appena pubblicato. Di questa opinione sono anche altri gruppi di ricerca, come l’Istituto zooprofilattico veneto, che fra gli altri ha sequenziato il coronavirus.

Insomma, non è una gara fra due fazioni dato che entrambe hanno ragione: i dati dell’articolo mostrano una ridotta carica virale, anche se sono ancora limitati, e il fenomeno potrebbe essere da attribuire a vari elementi, come il fatto che siano pazienti contagiati prima, a condizioni climatiche e ambientali mutate, alla minore virulenza del Sars-Cov-2, al distanziamento sociale e alle altre misure preventive. Dall’altra parte le autorità rimarcano che non ci sono prove che il virus sia meno aggressivo e pertanto bisogna trattarlo come prima, senza sottovalutare i rischi e ricordando sempre l’essenzialità delle misure per proteggersi, sia ora sia nella prossima stagione: l’utilizzo della mascherina, la distanza fisica di almeno un metro, il lavaggio frequente delle mani e la regola di evitare gli assembramenti.

Via: Wired.it

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Credits immagine di copertina: Niaid CC via Flickr

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