Sono passati trent’anni e non c’è ancora un colpevole per il delitto di via Poma.

Con l’assoluzione definitiva in Cassazione di Raniero Busco il 26 febbraio 2014 – che in primo grado era stato condannato a 24 anni ed assolto in appello – si cerca ancora il responsabile dell’omicidio di Simonetta Cesaroni. Sempre ammesso che l’assassino sia ancora vivo a così grande distanza di tempo dal delitto.

Ecco una cronologia delle principali tappe della vicenda.

7 agosto 1990 – In via Poma, a Roma, nell’ufficio dell’Associazione Alberghi della gioventu’, viene uccisa Simonetta Cesaroni, 21 anni. Il cadavere viene trovato per l’insistenza della sorella Paola, preoccupata per il suo ritardo. Simonetta e’ nuda, ma non ha subito violenza sessuale. Il suo corpo e’ stato trafitto con 29 colpi di tagliacarte, vibrati quasi dappertutto.

10 agosto 1990 – Viene fermato Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile di via Poma, che sara’ scarcerato il 30 agosto.

8 ottobre 1990 – Consegnati i risultati dell’autopsia. Il cadavere presenta una lesione ad un’arcata sopraccigliare e diverse ecchimosi. La morte, avvenuta tra le 18 e le 18,30, e’ dovuta alle coltellate, vibrate sul corpo senza vestiti.

16 novembre 1990 – Il pm Catalani chiede l’archiviazione della posizione di Salvatore Volponi, datore di lavoro di Simonetta.

26 aprile 1991 – Il gip Giuseppe Pizzuti accoglie la richiesta di Catalani e archivia gli atti riguardanti Pietrino Vanacore e altre cinque persone. Il fascicolo resta aperto contro ignoti. 3 aprile 1992 – Avviso di garanzia per Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle, che abita nel palazzo di via Poma e che la notte del delitto ha ospitato Vanacore. Valle e’ chiamato in causa dall’austriaco Roland Voller.

16 giugno 1993 – Il gip Antonio Cappiello proscioglie Valle per non aver commesso il fatto e Vanacore perche’ il fatto non sussiste.

30 gennaio 1995 – Escono di scena definitivamente Valle e Vanacore: la Cassazione conferma infatti la decisione della Corte d’appello di non rinviare a giudizio i due indiziati.

20 agosto 2005 – Claudio Cesaroni, padre di Simonetta, muore per una pancreatite.

12 gennaio 2007 – La trasmissione di Canale 5 Matrix rivela che dalle analisi del Ris di Parma sarebbe emerso che il dna trovato sugli indumenti di Simonetta e’ dell’ex fidanzato Raniero Busco. Simonetta inoltre non sarebbe morta alle 18, ma alle 16. Il pm Cavallone decide di querelare Enrico Mentana, conduttore di Matrix, per le rivelazioni.

6 settembre 2007 – Busco e’ iscritto dalla procura di Roma sul registro degli indagati per omicidio volontario. L’uomo si proclama innocente.

28 maggio 2009 – La procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di Raniero Busco.

3 febbraio 2010 – In Corte d’assise comincia il processo. Imputato per omicidio volontario Raniero Busco.

9 marzo 2010 – Vanacore si suicida gettandosi in acqua a Torre Ovo, in provincia di Taranto, dove risiedeva da anni. L’ex portiere di via Poma lascia due bigliettini con scritto ”Venti anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio”. Pochi giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare al processo. Nell’ottobre del 2008 la sua casa in Puglia era stata perquisita nell’ambito di una nuova inchiesta a suo carico, poi archiviata.

26 gennaio 2011 – Busco viene condannato a 24 anni di carcere. Decisivi gli elementi portati dal Ris e l’assenza di un alibi riscontrabile dell’imputato nelle ore decisive del giorno del delitto.

27 marzo 2012 – Una nuova perizia disposta dalla Corte d’Appello sembra demolire le certezze degli esperti dell’accusa nel processo di primo grado. Le tracce sul corpetto di Simonetta sono di Busco, ma anche di altri due uomini da identificare. Non e’ dimostrato che fosse traccia di un morso sul seno della ragazza, secondo i periti.

27 aprile 2012 – Busco viene assolto in appello ”per non aver commesso il fatto”. Pianto e commozione dell’imputato e dei suoi familiari ed amici alla lettura della sentenza che ribalta il pronunciamento dei giudici di primo grado.

26 febbraio 2014 – La Corte di Cassazione respinge il ricorso della Procura Generale di Roma contro la sentenza di secondo grado: l’assoluzione di Raniero Busco diventa definitiva. 

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