La funzione che permette di scegliere chi far rispondere ai propri tweet rischia di azzerare il confronto e il dibattito, che il social network prometteva di sostenere

Un palloncino che richiama l'hashtag, il simbolo per eccellenza di Twitter (Getty Images)
Un palloncino che richiama l’hashtag, il simbolo per eccellenza di Twitter (Getty Images)

Da poche settimane gli utenti di Twitter (il social network creato da Jack Dorsey nel 2006) hanno a disposizione una nuova funzionalità. Si tratta della possibilità di decidere chi può rispondere ai propri post (tweet). Le opzioni a disposizione sono tre: chiunque (cioè qualsiasi altro utente della piattaforma, come è stato fino a ieri), solo le persone che segui (la tua cerchia) oppure solo le persone che menzioni (di cui ti fidi). Se si sceglie quest’ultima opzione senza però taggare altri utenti, tutti possono leggere il tweet ma nessuno può interagire rispondendo.

Attenzione, non è l’ennesima nuova funzionalità, l’ultimo dei cambiamenti a cui ci hanno ormai abituati i social, sempre alla ricerca di come spingere gli utenti a trattenersi sulle loro piattaforme. Con l’introduzione della possibilità di limitare e, addirittura, di escludere i commenti, Twitter cambia in modo radicale e forse irreversibile. Twitter è stato creato come luogo aperto di confronto e ci piace per questo. Qualunque utente poteva rispondere a chiunque, indipendentemente dal fatto che i due si seguissero. Ciò ha reso Twitter una delle piattaforme più “democratiche”: semplici cittadini che interagivano con politici, uomini di governo, giornalisti, star dello spettacolo, influencer. Per porre domande, fare satira, esporre critiche. Insomma, la possibilità di libera interazione è stata fin qui una garanzia di democraticità del dibattito sul social network, essendo tutti gli utenti sullo stesso piano.

Una cattiva notizia

Da Twitter sostengono che questa evoluzione sarebbe dovuta alla necessità di limitare l’attività di troll e l’hate speech, dal momento che gli altri strumenti a disposizione non avrebbero dato i risultati sperati. I risultati dei test svolti prima del lancio su larga scala della funzionalità, tra l’altro, dimostrerebbero che gli utenti si sentono più a proprio agio sapendo di non poter essere commentati se non dai propri amici e contatti. E quindi, comprensibilmente, postano più liberamente.

Purtroppo, però, non si tratta di una buona notizia, almeno per due ragioni. La prima è limitazione che questa nuova funzionalità comporta alle libertà di manifestazione del pensiero, di critica e di satira. Non si tratta di un’esagerazione: è ovvio che questa funzionalità ha l’obiettivo – sia pure a fin di bene – di ridurre le interazioni tra gli utenti. E quindi anche le critiche, le discussioni, il dibattito. Insomma, quello che fin qui ha reso Twitter un posto meritevole di essere frequentato. Una “livella” social in cui poteva capitare di assistere alle discussioni tra l’esperto virologo e un utente “diplomatosi all’università della vita”, tra un candidato e un elettore.

Da oggi, semplicemente, questo confronto potrebbe non esserci più. E quindi dobbiamo prepararci a una serie di messaggi unidirezionali. Non soltanto da parte di chi ha paura dei troll, ma anche – anzi soprattutto – da parte di chi ha paura del confronto e, anzi, al dibattito vuole sottrarsi. Facile immaginare l’uso (e l’abuso) che potrebbero farne – ad esempio – politici in campagna elettorale oppure account intenzionati a diffondere fake news, disinformazione e insulti.

Ricordo ancora quando – appena Jack Dorsey lanciò la piattaforma – chiedevamo a gran voce che i politici venissero su Twitter proprio perché lì si, finalmente, si poteva osare quello che la tv e i giornali non consentivano: l’interazione, il dibattito. Adesso si torna indietro, facendo – c’è da chiedersi quanto inconsapevolmente – un regalo a quanti di loro si sono sempre trovati male con le critiche e il confronto.

La sconfitta nella lotta all’odio online

La seconda ragione per cui la limitazione dei commenti non è una buona notizia è legata alle stesse motivazioni per cui è stata introdotta: la lotta all’hate speech. Da questo punto di vista, limitare le interazioni non è un successo ma – al contrario – l’ammissione (neanche tanto) implicita di una sconfitta. Il fallimento delle piattaforme che alzano bandiera bianca in quanto algoritmi, filtri, moderatori e ban non sono sufficienti. E quindi tanto vale dire agli utenti “vedetevela voi”, scegliete voi con chi confrontarvi, da chi aspettarvi battute, critiche e domande.

Ma è un fallimento complessivo della nostra società: abbiamo avuto a disposizione strumenti potentissimi di comunicazione, ma non abbiamo saputo usarli con consapevolezza né regolamentarli e quindi corriamo il rischio di perderli così come li conosciamo. Quanto accaduto con Twitter potrebbe essere, infatti, l’anteprima di una evoluzione (o forse sarebbe più corretto dire involuzione) del web.

Le principali piattaforme potrebbero evolvere da luoghi di discussione e condivisione pubblica a strumenti di comunicazione (messaggistica) tra utenti che si sentono al sicuro perché i loro post sono visibili solo a determinati utenti e i loro contenuti sono estremamente volatili (durano poche ore, come le storie di Instagram). Un futuro ormai sempre più vicino e, invece, quanto mai distante da quelle promesse di democrazia, condivisione e collaborazione che avevano accompagnato la nascita del web 2.0.

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