Sulla piattaforma gestita da Microsoft gli utenti si scambiano documenti e testimonianze sull’emergenza coronavirus senza subire i filtri dei canali ufficiali

Il quartier generale di Github a San Francisco (Getty Images)
Il quartier generale di Github a San Francisco (Getty Images)

Software anti-censura che permettono di aggirare il Grande firewall cinese. Gruppi online all’interno dei quali i lavoratori del settore tecnologico di Pechino o Shenzhen lamentano gli orari impossibili a cui sono sottoposti. Liste nere in cui vengono riportati i nomi delle aziende che obbligano i dipendenti a lavorare più di 60 ore alla settimana e anche petizioni rivolte al governo per pretendere migliori condizioni di lavoro.

Le rivendicazioni e le proteste digitali della popolazione cinese, sottoposta a una strettissima forma di censura, non vanno in scena né su Facebook e Twitter (che nel Paese di mezzo non esistono), né tantomeno sui nativi WeChat o Weibo, rigidamente controllati. Tutto ciò avviene invece su Github, la piattaforma di proprietà di Microsoft all’interno della quale vengono archiviati i codici dei software open source, ma che all’occorrenza può ovviamente ospitare contenuti di ben altro tipo.

E negli ultimi anni, in Cina, questi differenti contenuti hanno preso sempre più spesso la forma dell’attivismo digitale: per protestare contro le insostenibili condizioni lavorative, per diffondere notizie censurate, condividere le inchieste dei giornali esteri e, soprattutto nell’ultimo periodo, per documentare in maniera oggettiva la pandemia di coronavirus. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: com’è possibile che Github sia ancora attivo in Cina e non venga censurato?

Come funziona Github

GitHub è un sito che utilizza il protocollo sicuro https, che impedisce tramite crittografia di censurare pagine specifiche del sito. Per Pechino, l’unica possibilità sarebbe chiudere Github in toto, ma la Cina non può permettersi di rinunciare a una piattaforma di questo tipo, che ospita tutti i più importanti software open source al mondo e ha quindi un enorme valore per l’industria tecnologica cinese. Basti pensare – come racconta la versione statunitense di Wired – che la Cina è seconda solo agli Stati Uniti per numero di progetti ospitati su Github e che nel 2017 si sono iscritti al sito oltre 690mila utenti cinesi.

Quando, nel 2013, il governo di Pechino tentò comunque di bloccare la piattaforma di proprietà di Microsoft, la reazione dell’industria tech fu immediata: una figura di spicco come Kai-Fu Lee (venture capitalist ed ex responsabile di Google in Cina) denunciò immediatamente come questa decisione rischiasse di trasformarsi in una “perdita di competitività e competenze”. Solo pochi giorni dopo, il blocco venne tolto e GitHub tornò immediatamente operativo.

L’effetto sull’emergenza Covid-19

Il valore di questa oasi di libertà è diventato ancora più evidente in tempo di coronavirus. Github ospita per esempio il grande progetto collaborativo in cui vengono archiviate le esperienze e i documenti raccolti dagli abitanti di Wuhan durante il lockdown. Battezzato #2020nCovMemory, questo progetto conserva inoltre l’inchiesta del magazine cinese Caixin in cui è stato criticato l’operato del governo locale di Wuhan (in Cina, la critica rivolta verso i governi locali è spesso tollerata come “valvola di sfogo”), ma anche i post dello scrittore di Wuhan Fang Fang e “una serie di prospettive diversificate sull’epidemia”, provenienti da “persone di generi, professioni e classi sociali differenti e che raramente ottengono visibilità sui media mainstream”, come ha raccontato in un post – raccolto da Quartz – uno dei fondatori del progetto, Shao Tang.

Non è l’unico caso: Terminus 2049 (che prende il nome da uno dei pianeti della Fondazione di Asimov) raccoglie articoli altrimenti inaccessibili al pubblico cinese, tra cui un’intervista ad Ai Fen, il dottore che aveva scoperto il virus già nel dicembre scorso. Mentre 2020nCov_individual_archives è un diario collettivo in cui i cittadini hanno potuto documentare la loro vita durante il lockdown, mostrare video del sovraffollamento degli ospedali e portare il giusto tributo a Li Wenliang, il giovane medico che venne punito dal governo per “diffusione di pettegolezzi” quando cercò di avvertire della pericolosità del virus (e che morì un mese più tardi proprio di Covid-19).

Nel complesso, Github si è trasformato in un archivio che conserva documenti, esperienze e inchieste relative a una pandemia che i media ufficiali hanno presto iniziato a raccontare esclusivamente in chiave positiva, sottolineando l’efficacia delle misure volte a contrastarne la diffusione e gli aiuti internazionali portati in tutto il mondo. Una strategia che aveva l’ovvio obiettivo di far dimenticare come i ritardi nel fronteggiare il Covid-19 da parte delle autorità cinesi – preoccupate per il danno d’immagine – avessero causato danni incalcolabili.

Libertà a tempo?

Quest’angolo di libertà all’interno del censuratissimo internet cinese potrebbe però non durare. Secondo quanto riportato dal Financial Times, già lo scorso dicembre Microsoft ha annunciato la volontà di aprire una sussidiaria di Github in Cina, il che permetterebbe al governo cinese di continuare a beneficiare dei progetti open source disponibili sulla piattaforma avendo però anche la libertà di censurare tutti i contenuti sgraditi. Un portavoce di Microsoft ha fatto sapere che “al momento non ci sono piani a riguardo”, ma è noto come la società fondata da Bill Gates sia disposta a scendere a compromessi con Pechino, come dimostrano le versioni di Bing e LinkedIn presenti in Cina.

Già adesso, però, la situazione sta cambiando: se alcuni link – come gli Individual Archives – sono ancora attivi e disponibili, altri come #2020nCovMemory sono stati invece cancellati, per timore di subire ripercussioni da parte del governo centrale. Timori fondati, dal momento che uno dei principali collaboratori di Terminus 2049 è stato arrestato per “aver creato problemi” e che alcuni dei cittadini che avevano documentato con dei video la pandemia hanno subito gravi ripercussioni.

Come sempre quando si parla di governi autoritari, da una parte c’è la censura ufficiale, ma dall’altra c’è l’autocensura: messa in pratica da cittadini terrorizzati dalle conseguenze a cui potrebbero andare incontro. Gli attivisti digitali cinesi vivono in costante equilibrismo, cercando di spingersi quanto più in là possibile per poi fermarsi appena prima di scatenare la reazione del governo. Il problema è che sapere esattamente quando si sta per superare il limite è impossibile.

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