covid-19
(Foto: NIAID-RML)

Numerose persone positive al coronavirus Sars-Cov-2 guariscono e non hanno più sintomi nel giro di due o tre settimane. Ma una parte di loro, ancora non quantificabile, continua ad avere strascichi anche per lungo tempo e anche quando l’infezione è passata: si parla di casi di long Covid, ovvero Covid-19 protratto nel tempo. Le esperienze si vanno accumulando, tanto che oggi il National Institute for Health Research (Nihr), agenzia governativa inglese, ha oggi prodotto un rapporto sulla persistenza dei sintomi della Covid-19. A partire dalle testimonianze di 14 pazienti che raccontano di avere problemi da mesi, l’ente ha individuato tre possibili sindromi – ma ce ne possono essere altre – e gruppi di sintomi, che in alcuni casi sono sovrapposte e compresenti. Ecco chi ha il long Covid e quali sono le sindromi più frequenti.

Chi ha il long Covid

Molte persone risultate positive al coronavirus Sars-Cov-2 rimangono asintomatiche, anche se ancora non si sa qual è la loro reale proporzione sul totale dei contagiati. Altri, invece, presentano sintomi lievi o moderati e altri ancora gravi, che richiedono il ricovero o addirittura l’intubazione. Sintomi protratti, il cosiddetto long Covid colpisce soprattutto persone con forme gravi e ricoverate. Tuttavia, il Publish Health England – l’equivalente del nostro ministero della Salute – ha pubblicato un documento, nel mese di settembre 2020, che mostra che il 10% delle persone positive a Sars-Cov-2 con sintomi lievi o moderati, che non sono state ricoverate, riportano sintomi post Covid anche per più di 4 settimane. Uno studio su un campione di 640 pazienti intervistati (per lo più statunitensi, non ricoverati e di sesso femminile), con manifestazioni cliniche durate per più di 2 settimane, svela che nel 70% dei casi si tratta di sintomi diversi e che cambiano nel tempo, anche di intensità, scomparendo e poi riapparendo.

Long-Covid, la sindrome da terapia intensiva

Tornando ai pazienti ricoverati e poi dimessi, i Nihr indicano fra i possibili danni collaterali la sindrome da terapia intensiva, già nota e riconosciuta in medicina e descritta ad esempio da una ricerca del 2017 pubblicata sul Journal of Translational Internal Medicine. La problematica riguarda pazienti con Covid-19 grave, ricoverati in reparti di cure intensive. Oltre a eventuali danni cronici ai polmoni, una volta guariti possono essere molto debilitati, in alcuni casi non riescono ad alzarsi dal letto o anche a parlare e deglutire, a causa dell’intubazione. Possono presentarsi danni fisici, come debolezza neuromuscolare, ma anche cognitivi e psicologici. Alcuni pazienti (ma nella pandemia di Covid-19 non solo quelli in terapia intensiva) possono presentare sintomi depressivi e sintomi collegati al disturbo da stress post-traumatico. Da uno studio coordinato dall’Università della Campania Luigi Vanvitelli è emerso che in un campione di italiani intervistati circa il 50% delle persone direttamente colpite dal virus e i loro familiari hanno presentato sintomi depressivi e il 30% ansia, stress e altri problemi legati al trauma.

Sindrome Covid a lungo termine: danni cronici

C’è poi chi, non necessariamente intubato, presenterà danni a lungo termine ai polmoni e in qualche caso ad altri organi, fra cui il cuore e il cervello. Uno studio della Società italiana di pneumologia mostra che il 30% dei guariti potrebbe manifestare danni polmonari cronici. Il dato è in linea con quello relativo ad altre epidemie, quali la Sars e la Mers, in cui circa 3 pazienti su 10 ha manifestato danni persistenti, fra cui fibrosi polmonare, problemi cardiaci, metabolici, neurologici e psicologici.

La sindrome da fatica post-virale

C’è poi chi sperimenta fatica persistente, che stando ai dati attuali riguarda un’ampia fetta dei ricoverati poi guariti e che può perdurare anche dopo la guarigione. Uno studio della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs su 143 pazienti dimessi dall’ospedale indica che circa la metà ha riferito di avere ancora stanchezza (ricordiamo fra i sintomi più comuni di Covid-19) a distanza di 2 mesi dalla prima comparsa dell’infezione. Circa 4 su 10, poi, hanno riportato di avere affanno, uno dei sintomi più gravi associato al coronavirus (qui l’elenco dell’Oms). Fra gli altri problemi presenti dopo 2 mesi vi sono in alcuni casi dolori alle articolazioni e al petto, con un buon 40% che riferisce una riduzione della qualità di vita.

Via: Wired.it

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