Come sarà il futuro del lavoro?

Esplosione del lavoro autonomo, abbandono delle città e ripopolamento dei borghi: ma le previsioni più in voga potrebbero aver fatto i conti senza l’oste

I tempi in cui parlare di futuro del lavoro significava discutere di robot che spazzano via gli esseri umani da fabbriche, uffici e negozi sembrano lontani secoli. Inevitabile, visto che in questa particolare fase storica le preoccupazioni legate alla sfera economica e professionale sono di stampo ben diverso. La pandemia ha infatti provocato una recessione mondiale e ha sconvolto abitudini pluridecennali, innescando quello che è stato definito “il più grande esperimento lavorativo di tutti i tempi”: lo smart working su scala globale. Un esperimento che potrebbe radicalmente trasformare l’attuale modello metropolitano (fondato su poche città superstar dall’enorme capacità attrattiva) e conseguentemente tutta l’economia dei servizi che attorno a esse ruota.

“Che si viva nello stesso luogo in cui si lavora è un’ovvietà antica quanto la coltivazione del grano; il che significa che è antica quanto la città stessa”, segnala l’Atlantic. “Ma internet è specializzata nello sciogliere i legami creati nei secoli scorsi, che si tratti della televisione, dei quotidiani locali o dei negozi di quartiere”. Più che dall’automazione, il futuro del lavoro potrebbe quindi essere caratterizzato dalla cancellazione del legame tra il luogo in cui si vive e il luogo in cui si trova fisicamente l’azienda per cui si lavora.

L’abbiamo visto anche dalle nostre parti. Al termine di una quarantena che ci ha abituato allo smart working, abbiamo iniziato a esplorare una miriade di opzioni inedite (a seconda della libertà concessa dai datori di lavori): c’è chi è rimasto a casa, chi è tornato più o meno a tempo pieno in ufficio e chi invece ha preso una strada completamente diversa. Il fenomeno italiano del south working è quello che meglio racconta queste inedite possibilità: un numero imprecisato di lavoratori – soprattutto giovani professionisti del terziario – ha abbandonato da un giorno all’altro le grandi città del nord per sbarcare al sud, approfittando del lavoro da remoto e del costo della vita molto più basso (o dei legami familiari già esistenti).

La vera grande incognita, per capire quanto tutto ciò inciderà sul futuro a medio termine, è una sola: queste trasformazioni resisteranno anche quando ci saremo liberati del Covid-19? Stando ai dati, la risposta potrebbe essere positiva: secondo un sondaggio Cisco, il 46% dei lavoratori statunitensi prevede di fare smart working almeno per una settimana al mese anche quando la pandemia sarà conclusa; mentre in Italia uno studio di Aidp (Associazione italiana direttori del personale) spiega che il 68% delle aziende prolungherà le attività di smart working anche nella fase di ritorno a una nuova normalità.

Se le cose davvero andranno così, è possibile che le città subiranno una vera e propria trasformazione. Ed è anche questo a spiegare i timori di Beppe Sala, sindaco dell’unica città-superstar italiana. Se i lavoratori non dovessero tornare in ufficio, cosa succederebbe a quella parte importante di economia che ruota attorno proprio agli uffici? Non solo bar e ristoranti, ma centri conferenze, alberghi, aeroporti, taxi e tutti quei servizi legati anche ai viaggi di lavoro, che potrebbero a loro volta essere sostituiti da riunioni ed eventi streaming.

Il sospetto è che l’epoca delle città-superstar stia per finire. D’altra parte, perché sobbarcarsi un costo della vita insostenibile quando è possibile vivere in un economico borgo medievale a misura d’uomo? E così, potrebbero ripopolarsi quei piccoli e medi centri oggi in corso di svuotamento, portando nuova crescita e nuovo lavoro in luoghi oggi quasi dimenticati. Il risultato potrebbe essere una distribuzione più equa della popolazione (e delle occasioni di lavoro), con le città che a loro volta potrebbero paradossalmente attrarre nuove forze perché più accessibili economicamente.

Ma c’è un’altra conseguenza legata al lavoro da remoto che finora è stata scarsamente presa in considerazione. Nel mondo pre-pandemia, i lavoratori dipendenti erano abituati a identificare la giornata lavorativa con il tempo trascorso nell’ufficio di una precisa azienda. Inevitabile, visto che lavorare in più uffici contemporaneamente non è possibile. Il digitale offre però proprio questa possibilità: offre il dono dell’ubiquità. “Più i lavoratori realizzano che la loro connessione con l’ufficio è virtuale, più persone potrebbero accettare lavori extra o magari dare vita alla loro azienda”, si legge ancora sull’Atlantic. “A un certo punto, si guarderanno attorno nel loro soggiorno e si diranno: ‘Sono da solo, perché non monetizzare questa mia nuova indipendenza?”.

Non sarebbe altro che l’accentuazione di un trend già in corso: secondo una ricerca pubblicata dalla Freelancers Union statunitense, i lavoratori autonomi potrebbero diventare la maggioranza già nel 2027 (già oggi sono il 47% dei millennials americani). Non solo: secondo il 63% dei freelance, avere un portfolio diversificato e lavorare per più clienti rappresenta una maggiore sicurezza rispetto a essere legati con un contratto tradizionale a un unico datore di lavoro. Lavorare da casa potrebbe quasi naturalmente accelerare questa tendenza, proprio perché i lavoratori si sentono fisicamente meno legati all’azienda e più autonomi.

Si è più volte parlato di come le aziende potrebbero vedere di buon occhio il lavoro da remoto anche perché indebolisce i legami tra i lavoratori. Lo stesso non può sicuramente dirsi nel caso in cui a sfilacciarsi è il legame tra lavoratore e azienda. E quindi? Non si può escludere che siano le aziende stesse che – non appena sarà possibile – ingraneranno la retromarcia e si assicureranno che tutti i lavoratori siano al riparo dalle tentazioni nei loro uffici. È una dinamica che potrebbe già essere in atto, considerando che Facebook – dopo aver annunciato il liberi tutti ai dipendenti che vogliono lavorare da casa – ha affittato un enorme ufficio nel centro di Manhattan.

D’altra parte, che internet avrebbe svuotato le città e rivoluzionato il lavoro in presenza lo si è detto per tantissimo tempo senza che questa rivoluzione sia in realtà mai avvenuta (o almeno non nella misura prevista). La forma tradizionale del lavoro terziario – negli uffici delle grandi città – riuscirà a superare anche l’ostacolo della pandemia?

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