Morti da Covid-19, qual è oggi la letalità della malattia

Il coronavirus è tornato a correre. In realtà la corsa non si è mai fermata a livello mondiale ma nelle ultime settimana in Italia, e in Europa, la situazione è precipitata, di nuovo. Lo hanno raccontato i numeri sui nuovi casi snocciolati negli ultimi giorni, le misure prese e in via di definizione per cercare di arginare la diffusione del virus. Lo hanno raccontato, purtroppo, i dati relativi ai ricoveri in ospedale, nelle terapie intensive e ai decessi da coronavirus che stanno, nuovamente, mettendo a dura prova i sistemi sanitari. “Stiamo assistendo a un intenso e davvero allarmante aumento dei casi e delle morti” ha dichiarato senza giri di parole alla Bbc Margaret Harris, portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Con un’impennata, nella conta delle vittime, vicina al +40% nell’ultima settimana per l’Europa.

La crescita europea

I dati sono lì che parlano. Guardandoli su base settimanale dalla metà di agosto sono rimasti sostanzialmente stabili a livello mondiale, oscillando tra i 37mila decessi e i 41 mila decessi (su sette giorni). Sempre dalla metà di agosto circa invece il numero delle vittime da coronavirus in Europa è cominciato ad aumentare gradualmente: erano circa 2600 le vittime al 17 agosto (sempre su base settimanale), sono diventate oltre 11.700 al 19 ottobre. Lontani sì dagli oltre 28mila morti a settimana di aprile, ma in crescita da settimane. Con una situazione piuttosto diversa da paese e paese: incrementi percentuali notevoli si sono avuti nel corso degli ultimi sette giorni in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia, Croazia, per citarne alcuni. Ma se la conta delle vittime è destinata ad aumentare, almeno nei prossimi giorni considerato il carico sulle strutture sanitarie, l’andamento dei contagi e dei ricoveri, la letalità della malattia come è cambiata nel corso dei mesi?

La letalità del coronavirus

Per conoscere il peso del coronavirus in termini di letalità – noto come Case Fatility rate (Cfr), – si calcola il rapporto tra morti per Covid e il numero di casi Covid-19 diagnosticati. Il risultato è un numero che ha delle limitazioni, come vi avevamo raccontato, principalmente dovute al fatto che il numero di casi è sempre da considerarsi sottostimato: non tutte le persone con Covid-19 vengono di fatto intercettate. Certo, oggi è lecito aspettarsi che lo siano molte di più di quelle che intercettavamo nella scorsa primavera, ma siamo comunque lontani dall’avere la fotografia esatta del numero di persone infettate. D’altra parte però anche il numero dei decessi per Covid-19 è verosimilmente abbastanza sottostimato, come lasciano intuire i dati sull’eccesso di mortalità per il 2020 diffusi dall’Istat. Va da sé dunque che qualsiasi valore di Cfr è una stima, dipendente tanto alle attività di diagnosi che all’identificazione del coronavirus come causa di morte. E certamente influenzato, indirettamente, dalle capacità di trattare e curare la malattia, sia a livello clinico che sanitario. Al momento in cui scriviamo in Italia, con quasi 600mila casi e 38mila morti il Cfr della Covid-19 è di circa il 6,4% (con valori di letalità molto variabili per fascia d’età). A livello europeo il valore si aggira intorno al 2,9% mentre a livello mondiale intorno al 2,7% al momento, secondo i dati elaborati dal progetto OurWorldindata della University of Oxford.

In ribasso rispetto ai valori di qualche mese fa, praticamente ovunque oltre che a livello mondiale (ad eccezione, nei casi riportati sotto, della Corea del Sud e della Nuova Zelanda, dove sembra rimasto sostanzialamente stabile negli ultimi mesi).

Come interpretare una letalità così variabile nel tempo? Come detto i fattori in grado di influenzare il Cfr dipendono da diversi aspetti, in primis il numero di diagnosi e di morti accertate, i quali a loro volta sono però influenzati da una moltitudine di fattori, come riassumono anche gli esperti da Oxford: l’andamento dell’epidemia sì a livello locale, e le misure di contenimento, ma anche le caratteristiche della popolazione, le risposte dei sistemi sanitari, l’efficacia delle terapie. Tenuto conto di questo, e altri fattori che possono influenzare il Cfr, complessivamente la letalità da coronavirus sembra diminuire negli ultimi mesi.

Stimare l’Infection Fatality Rate (Ifr)

I limiti del Crf possono essere superati in parte con l’Infection Fatality Rate (Ifr), per calcolare il rapporto tra decessi e casi totali, diagnosticati o meno e dedotti grazie a strumenti come le indagini di sieroprevalenza (sebbene, anche in questo caso, non parliamo di un valore primo di limiti). Ci prova, già da tempo, l’epidemiologo di Stanford John Ioannidis, con una serie di ricerche che partono appunto dalla indagini di sieroprevalenza (e finite al centro anche di vere e proprie polemiche). L’ultimo lavoro dell’epidemiologo è sulle pagine del Bulletin of the World Health Organization. Mettendo insieme diversi studi e indagini nazionali di sieroprevalenza Ioannidis ha calcolato l’Ifr per diverse località, senza pretesa di essere rappresentativi dell’intera situazione mondiale. I valori di Ifr, come atteso, sono più bassi dei Cfr, e variano molto (fino a un massimo di 1,63% secondo i calcoli del ricercatore), in virtù del peso che la pandemia ha avuto finora nei diversi paesi (più alti in quelli con più morti per numero di abitanti). La mediana per l’Irf nelle località considerate è di 0,27%, scrive Ioannidis, inferiore alle stime nei mesi precedenti, e con valori molto bassi sotto i 70 anni.

Ma attenzione a considerare il coronavirus pericoloso solo per gli anziani, aggiunge un articolo in preprint sulle stime dell’Ifr in relazione all’età: a partire dalla mezza età l’Ifr comincia a crescere considerevolmente. E sui valori dell’Ifr c’è ancora però diversa incertezza: se Ioannidis parla di 0,27%, altri ricercatori sulle pagine dell‘International Journal of Infectious Diseases parlano dello 0,68%.

Via: Wired.it

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Credits immagine di copertina: Forest Simon on Unsplash

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