Covid-19, cosa fare con i pazienti a casa. Il vademecum per i medici

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(Credits immagine: David Mao on Unsplash)

La Federazione regionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fromceo) della Lombardia ha stilato insieme agli infettivologi dell’ospedale Sacco di Milano un vademecum per i propri iscritti, per sapere – in dettaglio e sulla base delle evidenze scientifiche disponibili – cosa fare e soprattutto cosa non fare quando un medico deve assistere un paziente Covid a casa. In attesa del protocollo del ministero della Salute per i medici del territorio, eccone i punti principali.

ATTENZIONE: l’automedicazione è da evitare, bisogna sempre consultare il proprio medico.

Chi sono i pazienti Covid

In primis è necessario stabilire chi siano gli assistiti che rientrano nel protocollo. Sono le persone che sono risultate positive al tampone o per le quali esiste il forte sospetto di positività dovuto al contatto stretto con un paziente sicuramente infetto. In questa seconda categoria rientrano le persone con sintomi riconducibili a Covid-19 ma che non hanno ancora effettuato il test o ricevuto l’esito e dunque la diagnosi, e anche chi, pur essendo risultato negativo ai test, ha comunque un’alta probabilità di essere stato contagiato. Viene ricordato infatti che l’esito del tampone dipende anche dal momento in cui è stato effettuato e che i test antigenici in particolare possono dare dei risultati falsi negativi quando i pazienti sono paucisintomatici o hanno una bassa carica virale.

La diagnosi deve essere raggiunta nel minor tempo possibile ed è possibile richiedere accertamenti qualora l’assistito abbia una maggiore probabilità di progressione della sintomatologia.

I pazienti che non richiedono l’ospedalizzazione devono essere assistiti a domicilio e i trattamenti commisurati alle eventuali manifestazioni della malattia da coronavirus. Come precisa la lettera che accompagna il vademecum, purtroppo “si conosce ancora poco in termini di evidenza su ciò che si può fare per migliorare l’esito della malattia nelle sue varie fasi, soprattutto per ciò che riguarda la medicina territoriale, mentre si conosce meglio ciò che NON si deve fare”.

Paracetamolo e sedativi per la tosse: sì

La febbre può essere controllata con paracetamolo, mentre i sedativi per la tosse sono prescrivibili al bisogno, in particolare in caso di difficoltà a dormire. Valgono poi alcune indicazioni generali ossia il consiglio di bere molta acqua per mantenersi idratati (specialmente in caso di diarrea, che si sconsiglia di trattare con farmaci che riducano la motilità intestinale) e di mantenere una sana e corretta alimentazione.

Antivirali, antibiotici, idrossiclorochina: no

Data la comprovata assenza di efficacia è sconsigliata la prescrizione dell’antivirale lopinavir/ritonavir e dell’antimicrobico / immunomodulante idrossiclorochina. Fortemente sconsigliato anche l’impiego dell’antibiotico azitromicina e di altri antibiotici ad ampio spettro, a meno che non ci siano indizi fondati di una concomitante infezione batterica. “A tal proposito – si legge nel documento Fromceo – si ricorda che il decorso di Covid-19 è molto spesso bifasico: una ripresa della febbre dopo defervescenza non può necessariamente essere interpretata come una sovra infezione batterica e pertanto in caso di positività del tampone per Sars-Cov-2 l’utilizzo di antibioticoterapia risulta sconsigliato”.

Steroidi: dipende dai casi

Per i pazienti non ospedalizzati la terapia steroidea può essere presa in considerazione solo se la saturazione è inferiore al 94%, se febbre e tosse persistono per almeno 5-7 giorni, se è stata diagnosticata una polmonite. Anche in questi casi, comunque, la prescrizione deve avvenire dopo attenta valutazione, da parte del medico, del rapporto rischio-beneficio per il paziente e in relazione anche a eventuali condizioni concomitanti.

Anticoagulanti e antitrombotici: sì, se a rischio complicanze

La profilassi antitrombotica a domicilio è considerata dagli esperti ragionevole per quei pazienti con alto rischio di complicanze trombotiche, quindi per esempio in persone con più di 65 anni, in sovrappeso o obese, in caso di patologie pregresse, in gravidanza o in terapia ormonale, etc.

Non va invece prescritta “in tutti quei pazienti che abbiano un alto rischio di sanguinamento e/o caduta a terra. Va inoltre assolutamente evitata in tutti quei pazienti che presentino storia di trombocitopenia indotta da eparina”.

I pazienti in cura con anticoagulanti per motivi antecedenti l’infezione da coronavirus dovrebbero continuare la terapia.

Ossigenoterapia: richiede la valutazione del paziente

In caso la saturazione scenda sotto il 94%, i pazienti Covid dovrebbero essere valutati (se possibile negli Hot Spot regionali) per l’ossigenoterapia a domicilio o l’ospedalizzazione. Qualora poi l’ossigenoterapia a domicilio sia applicabile è opportuno monitorare il paziente almeno due volte al giorno e qualora necessiti di più di 3 litri di ossigeno al minuto o la saturazione scenda sotto il 90% è indicata l’ospedalizzazione.

Via: Wired.it

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Credits immagine di copertina: David Mao on Unsplash

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