Covid-19, un nuovo sintomo: la “nebbia mentale”

nebbia mentale
Immagine di 1388843 via Pixabay

Le ricerche sugli strascichi del coronavirus e sui sintomi e disturbi che permangono per settimane o mesi dopo la guarigione – il cosiddetto long Covid – si vanno ormai accumulando. Oggi all’attenzione di vari gruppi di ricerca c’è un nuovo problema, definito dai media nei giorni scorsi come brain fog o nebbia mentale, che colpirebbe alcuni pazienti che hanno avuto il Covid-19 anche lieve. Stando a un ampio campione di dati, tratterebbe di 1 persona su 20, di età non per forza avanzata, ma spesso anche giovani. Confusione, mancanza di concentrazione, difficoltà di attenzione e di memoria sarebbero alcuni dei sintomi che persistono per settimane. Il problema è emerso in tempi molto recenti e non ci sono ancora studi ampi e strutturati, ma già alcuni gruppi di ricerca in varie parti del mondo hanno raccolto qualche prova. Ecco cosa sappiamo.

Memoria e concentrazione

Sappiamo che il Covid-19 può colpire il cervello in maniera anche molto grave, anche con ictus e encefaliti. Ma l’infezione può causare anche altri manifestazioni neurologiche, più lievi, come cefalea e perdita di olfatto e gusto, che possono persistere. Ma possono insorgere anche sintomi psicologici e cognitivi. Ci sono testimonianze di pazienti guariti che non ricordano il contenuto di conversazioni appena avute o cosa è successo negli ultimi giorni, documenta un articolo sul New York Times. “È un po’ come se avessi la demenza”, racconta una paziente di 53 anni nel testo dell’articolo sul Nyt. C’è poi chi prova confusione, chi non riesce a concentrarsi, chi non trova le parole. Sono disturbi che possono allarmare ma bisogna sottolineare che il problema probabilmente è transitorio e che non solo l’infezione da coronavirus Sars-Cov-2 può causare problemi cognitivi temporanei di questo genere.

Nebbia mentale, da dove viene la stima

Un’indagine condotta Massachusetts General Hospital, Harvard Medical School, e del King’s College London ha analizzato i dati, raccolti tramite una app, di quasi 4 milioni di persone. Dai risultati emerge che quasi una persona su 20 continua ad avere sintomi che rientrano nella definizione di long Covid, fra cui appunto “nebbia mentale”, a distanza di 8 settimane dopo l’infezione.

Gli altri studi sulla nebbia mentale

Una ricerca cinese della Zhejiang University School of Medicine, condotta su 29 pazienti e da poco pubblicata sul Journal of Psychiatric Research, dimostra la presenza di un’alterazione persistente nella attenzione sostenuta, ovvero la capacità di mantenere la vigilanza e prestare attenzione alle informazioni importanti durante l’esecuzione di un compito e per tutta la sua durata. Il campione è ristretto e non rappresentativo di tutta la popolazione. Uno studio francese dell’università di Parigi, che ha analizzato i dati di 120 pazienti ricoverati e poi guariti, ha rilevato che per mesi dopo la guarigione il 34% ha continuato a avere problemi di memoria e il 27% di concentrazione. Anche in questo caso il campione è ristretto e si tratta di pazienti ricoverati, dunque con forme gravi. C’è poi un’indagine canadese – ancora non pubblicato ma in via di pubblicazione – su 3.390 ex pazienti (Survivor Corps, sopravvissuti al Covid) che indica, stando a quanto riferito da Natalie Lambert, coordinatrice dello studio presso l’Indiana University School of Medicine, che più della metà dei partecipanti ha difficoltà di concentrazione o di messa a fuoco.


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Le cause, ancora sconosciute

Le cause della nebbia mentale non sono ancora note. Riferire al medico i propri sintomi, anche quando si tratta di disturbi cognitivi, può essere molto importante per aumentare e diffondere la conoscenza sul problema. Molti sintomi – fra cui la perdita temporanea dell’olfatto e manifestazioni dermatologiche – sono state associate ufficialmente al coronavirus inizialmente proprio grazie alle segnalazioni dei pazienti. Una delle ipotesi alla base dell’annebbiamento cognitivo è un’attivazione persistente del sistema immunitario, anche dopo l’infezione. Le molecole infiammatorie prodotte dal nostro corpo potrebbero agire come tossine, anche per il cervello, come ha spiegato sul New York Times Serena Spudich, a capo del dipartimento di Infezioni neurologiche e Neurologia globale alla Yale School of Medicine.

Il long Covid: dalla stanchezza alla fatica mentale

I sintomi cognitivi sono solo una faccia possibile del long Covid. Ricordiamo che si stima che un terzo dei pazienti (soprattutto i più gravi) avrà un danno cronico ai polmoni, ma gli effetti negativi possono riguardare vari organi e tessuti corporei, fra cui il cervello, l’apparato cardiovascolare, il fegato, i reni e non solo. C’è poi chi prova stanchezza persistente (la “sindrome da fatica post-virale“), dolori e debolezza muscolare e affanno.

Via Wired.it

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