Alzheimer, la chiave della prevenzione è nell’intestino

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(Foto: Cdc/Unsplash)

Finalmente, dopo anni di studi e ricerche, la conferma è arrivata: il microbioma intestinale è correlato allo sviluppo dell’Alzheimer, malattia ancora oggi incurabile che colpisce, solo in Europa, quasi un milione di persone. A dimostrarlo è un team di ricercatori dell’Istituto Centro San Giovanni Di Dio Fatebenefratelli di Brescia, dell’Università di Napoli, del Centro Ricerche Sdn di Napoli, in collaborazione con l’Università di Ginevra (UniGe) e gli Ospedali universitari di Ginevra (Hug). Lo studio, appena pubblicato sulle pagine della rivista Journal of Alzheimer’s Disease, conferma il legame tra uno squilibrio del microbioma intestinale e lo sviluppo delle placche amiloidi nel cervello, caratteristiche della malattia di Alzheimer. Risultati che aprono la strada a nuove strategie, basate sulla modulazione del microbioma, in grado di prevenire le malattie neuro-degenerative

Il microbioma alterato

Dallo studio è emerso che le proteine prodotte da alcuni batteri intestinali, identificate nel sangue dei pazienti, potrebbero modificare l’interazione tra il sistema immunitario e il sistema nervoso e così innescare la malattia di Alzheimer. “Abbiamo già dimostrato che la composizione del microbiota intestinale nei pazienti con malattia di Alzheimer è alterata rispetto a quella delle persone che non soffrono di tali disturbi”, spiega Giovanni Frisoni, che ha coordinato lo studio. Il microbiota dei pazienti, precisa l’esperto, ha una ridotta diversità microbica, con alcuni batteri sovra-rappresentati e altri, invece, in forte diminuzione. “Inoltre, abbiamo anche scoperto un’associazione tra un fenomeno infiammatorio rilevato nel sangue, alcuni batteri intestinali e la malattia di Alzheimer. Da qui l’ipotesi che abbiamo voluto testare: l’infiammazione nel sangue può essere un mediatore tra il microbioma e il cervello?”

Dall’intestino al cervello

Per capirlo, i ricercatori si sono concentrati sui lipopolisaccaridi, proteine che si trovano sulle membrane cellulari esterne di alcuni batteri e che hanno proprietà pro-infiammatorie, e i metaboliti prodotti del microbioma, che hanno proprietà neuroprotettive e antinfiammatorie. I ricercatori hanno coinvolto 89 partecipanti tra i 65 e gli 85 anni di età, alcuni affetti da Alzheimer o da malattie neuro-degenerative associate a deficit di memoria e altri che non presentavano alcun problema di memoria. Servendosi della tecnica diagnostica Pet, hanno poi misurato la loro deposizione di amiloide cerebrale e quantificato la presenza nel sangue dei marcatori di infiammazione e di proteine prodotte dai batteri intestinali, come appunto i lipopolisaccaridi e gli acidi grassi a catena corta.

Dalle analisi è emerso che alcuni prodotti batterici del microbioma intestinale sono associati alla quantità di placche amiloidi nel cervello. “In effetti, livelli ematici elevati di lipopolisaccaridi e alcuni acidi grassi a catena corta, acetato e valerato, erano associati entrambi ai grandi depositi di amiloide nel cervello”, spiega l’autrice dello studio, Moira Marizzoni, ricercatrice del Centro Fatebenefratelli di Brescia. “Al contrario, alti livelli di un altro acido grasso a catena corta, il butirrato, erano associati a una minore patologia amiloide”.

Prevenzione e diagnosi precoce dell’Alzheimer

Risultati, quindi, che provano il legame tra alcune proteine del microbioma intestinale e l’amiloidosi cerebrale attraverso un fenomeno infiammatorio del sangue. E che aprono la strada a strategie di prevenzione, come per esempio, lo sviluppo di un cocktail batterico o di prebiotici in grado di “nutrire” i batteri buoni nell’intestino. “Tuttavia, dovremmo tenere i piedi per terra”, avverte Frisoni. “Dobbiamo prima identificare le varietà del cocktail. Inoltre, un effetto neuroprotettivo potrebbe essere efficace solo in una fase molto precoce della malattia, in un’ottica di prevenzione piuttosto che di terapia. Purtroppo la diagnosi precoce è ancora una delle principali sfide nella gestione delle malattie neurodegenerative: devono ancora essere sviluppati protocolli per identificare gli individui ad alto rischio, e poterli trattare ben prima della comparsa di sintomi rilevabili”. 

Riferimenti: Journal of Alzheimer’s Disease

Credits immagine di copertina: Cdc/Unsplash

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