Finalmente la giunta Fontana ha capito che il modello sanitario lombardo va cambiato

La regione studia un modo per riformare un sistema che ha fallito su troppi campi. Si va da un’Agenzia unica sanitaria al rafforzamento della sanità locale, passando per un ripensamento del rapporto tra pubblico e privato

Se c’è una regione italiana che più di altre farà fatica a dimenticare il 2020, quella è la Lombardia. Il territorio è stato tra i più colpiti al mondo dalla terribile pandemia Covid-19, a oggi sono oltre 21mila i morti mentre i casi totali di contagio certificati si avviano verso il mezzo milione. L’emergenza ha messo in discussione il modello sanitario lombardo, da anni descritto come eccellenza e invece rivelatosi complice per come è stato organizzato nella propagazione del virus.

Ospedale maggiore di Lodi (foto: Claudio Furlan/LaPresse)


Tagli, tagli e ancora tagli. Questo è stato in sintesi il programma sulla sanità pubblica regionale portato avanti dalle amministrazioni Formigoni in poi. Ospedali, ambulatori e consultori sono stati bollati come sanguisughe di risorse incapaci di offrire in cambio un servizio adeguato e allora si è puntato tutto sui privati, con la conseguenza che la Lombardia si è trasformata in eccellenza (per chi può permetterselo) della medicina specialistica, lasciando però scoperto tutto il comparto delle cure “quotidiane”, appartenenti alla vita di tutti i giorni. La medicina territoriale è stata di fatto smantellata per lasciare spazio ai grandi gruppi privati, che hanno offerto un porto sicuro in caso ci si rompesse un’anca, ma non hanno saputo dare un contributo reale nel momento in cui ci si è dovuti scontrare con una cruda realtà, cioè la pandemia.

Oggi la Lombardia e la sua amministrazione leghista si leccano le ferite, mentre il bollettino di morti, contagi e ospedalizzati continua a presentare cifre tremende. E per la prima volta dai tempi di Formigoni, c’è la consapevolezza che è arrivato il momento di cambiare. Il modello sanitario lombardo ha fallito e non si può continuare a voltare lo sguardo dall’altra parte, anche perché l’emergenza potrebbe proseguire ancora a lungo e tocca allora farsi trovare preparati. La giunta Fontana sta studiando allora una serie di proposte che le sono state presentate negli ultimi mesi da team di esperti e partiti e che puntano a mettere la parola fine a quel sistema che ha voluto mettere pubblico e privato sullo stesso piano e che proprio per questo si è dimostrato fragile davanti al virus.

Ci sono diverse proposte in ballo, che nel giro di poco tempo potrebbero portare a riorganizzazione di assessorati, ospedali e medicina territoriale. In primis, si potrebbe andare nella direzione di costituire un’unica Agenzia sanitaria regionale, copiando quel modello Veneto che sotto molti aspetti sembra aver funzionato in questo 2020. Un modo per ridurre la profonda frammentazione della programmazione sanitaria lombarda, con tutti i problemi di governance che questa si è portata dietro in questi mesi: ognuna delle varie Ats ogni volta si è ritrovata ad agire per conto proprio e senza coordinamento con le sue gemelle, il risultato è che è sempre mancata a livello regionale una gestione integrata e coordinata dell’emergenza. 

Un’altra riforma potrebbe andare nella direzione del potenziamento della medicina territoriale, come richiesto in primis dal Partito democratico e ora caldeggiato anche dalla stessa Lega. Il pacchetto allo studio prevede il rafforzamento della presenza e del ruolo dei medici di base, così da dare ai cittadini un punto di riferimento sanitario a livello microlocale senza congestionare gli ospedali e metterli in ginocchio. Un cambiamento che sarebbe fondamentale, se si pensa che è proprio qui che è collassato il modello Lombardia in questo anno terribile: in assenza di medicina territoriale, gli ospedali non hanno retto la pressione dei malati e sono finiti al collasso.

Infine, un terzo filone che si sta studiando riguarda la ridefinizione del rapporto tra sanità pubblica e privata. Deve cadere il dogma esclusivamente lombardo che pubblico e privato siano sullo stesso piano e alternativi, in favore di uno scenario dove il privato è semmai complementare al pubblico. Sarebbe un altro pilastro del nefasto modello lombardo a cadere, un ritorno alle origini dove i due sistemi smetterebbero di essere in competizione ed entrerebbero invece in stretta cooperazione per offrire un servizio integrato e dunque migliore, con il privato chiamato a fare da stampella al pubblico quando quest’ultimo non ce la fa.  

L’annus horribilis lombardo dal punto di vista sanitario sembra insomma concludersi con una buona notizia. Non solo i numeri della pandemia si stanno contraendo ma chi amministra la regione ha preso coscienza, sebbene in ritardo, che tante cose non hanno funzionato e che l’eccellenza sanitaria lombarda faceva parte più che altro del terreno dell’auto-narrazione che non della realtà. Dal momento che la situazione è ancora critica, che il 2021 non potrà ancora considerarsi un anno tranquillo e che quest’anno ci ha dimostrato che l’emergenza sanitaria non è prevedibile e dunque proprio per questo bisogna farsi trovare sempre pronti, il superamento del modello lombardo allo studio nel palazzo della Regione potrebbe farci dormire sonni più tranquilli. Purché si faccia in fretta, di danni ne sono già stati fatti abbastanza.

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