orche
(Foto: Paul Cottrell / Fisheries and Oceans Canada)

Quali sono i pericoli mortali che corrono più frequentemente le orche? A provare a rispondere oggi, in uno studio unico nel suo genere, è stato un team di ricerca internazionale coordinato dall’esperto Stephen Raverty, patologo veterinario del Ministero dell’Agricoltura in Canada, che ha stilato tutte le possibile cause della mortalità tra questi mammiferi marini, giungendo a una conclusione appena pubblicata su Plos One: l‘interazione umana è tra le principali minacce che portano al decesso di questi animali, a prescindere dalla loro età.

Avere un quadro più completo delle possibili cause di morte delle orche, da quelle antropiche a quelle ambientali, è un primo passo fondamentare per riuscire a proteggere al meglio questi animali, molto spesso a rischio e in via d’estinzione. Basti pensare all’ormai famosa famiglia, composta da 4 orche e un cucciolo, che dal mare d’Islanda intraprese un viaggio da record, arrivando fino al porto di Genova lo scorso dicembre, spinta molto probabilmente dalla fame. E di cui, poi, si persero le tracce, tranne che di un esemplare maschio, Riptide, avvistato in Libano pochi mesi dopo, solo e molto dimagrito.

Le orche, a rischio estinzione

Sebbene le orche (Orcinus orca) abitino in tutti gli oceani del nostro pianeta, vivono in popolazioni e aree distinte con stili di alimentazione e di vita unici. Le popolazioni di orche che si cibano prevalentemente di salmoni, per esempio, vivono a nord e a sud del tratto dell’Oceano Pacifico lungo il Canada e gli Stati Uniti e sono oggi classificate rispettivamente come a rischio e in via di estinzione. I ricercatori hanno scelto di esaminare i dati delle autopsie di 53 orche spiaggiate nell’Oceano Pacifico orientale e nelle Hawaii dal 2004 al 2013, per poter identificare le associazioni tra le cause di morte e la morfometria delle orche. Dalle analisi, i ricercatori sono stati in grado di determinare la causa di morte in 22 dei 53 esemplari (il 42%), rilevando che in tutte le fasce d’età, l’attività antropica ha influito significativamente sulla loro mortalità.

Le principali cause di morte

In particolare, secondo lo studio le principali cause di morte per i piccoli di orca sono state prevalentemente le malattie infettive e le malformazioni congenite. Per esempio, tra le autopsie, è emerso che un piccolo era deceduto per sepsi a seguito di una ferita provocata da un gancio a uncino. Per gli esemplari giovani, invece, la mortalità era dovuta principalmente a malattie infettive, violenti traumi, a seguito di un potente impatto con le navi, e carenze nutrizionali. E, infine, nelle orche adulte, i decessi erano dovuti a infezioni batteriche, eccessiva magrezza e, sempre, gravi traumi. Altre cause di morte, aggiungono i ricercatori, riguardavano i parassiti della sarcocistosi e toxoplasmosi, tumori uterini, ferite da morso di squalo tagliatore (Isistius sp.), usura eccessiva dei denti e ami da pesca ingeriti.

L’impatto dell’attività antropica sulle orche

Sebbene dalle analisi non sia emersa una singola causa di morte, i ricercatori evidenziano un elemento comune: i decessi causati dall’attività antropica si sono verificati in ogni classe di età, dai piccoli ai giovani fino alle orche adulte. I risultati dello studio, quindi, suggeriscono come la comprensione e la consapevolezza di ciascuna minaccia sia fondamentale per la gestione e la conservazione delle popolazioni di orche ed evidenziano, inoltre, che ridurre l’impatto delle interazioni umane sarà fondamentale per proteggere efficacemente questi mammiferi marini.

“A nessuno piace pensare che siamo una minaccia per questi animali”, ha spiegato il veterinario Joe Gaydos, che ha partecipato allo studio. “Ma è importante rendersi conto che non li stiamo danneggiando solo indirettamente riducendo le loro risorse alimentari, come il salmone, e minacciandole con l’inquinamento dei mari. Ci sono, infatti, anche i violenti impatti con le navi e l’ingestione di ami che possono essere mortali. E che gli esseri umani uccidono direttamente le orche di ogni fascia d’età è davvero un dato su cui bisogna riflettere”.

Riferimenti: Plos One

Credits immagine di copertina: Paul Cottrell / Fisheries and Oceans Canada

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