Presentato ai sindacato il progetto Scoober, che riconoscerà i fattorini come dipendenti. Primi contratti entro marzo 2021. Paghe ancora da definire

Un fattorino di Just Eat (foto: Just Eat)
Un fattorino di Just Eat (foto: Just Eat)

Il primo test già all’inizio del prossimo anno, in una città pilota medio-piccola. Poi dalla primavera assunzioni in centri più grandi, come Milano, Bologna e Firenze. L’obiettivo entro la fine dell’anno è di mettere a libro paga fino a tremila fattorini. Sono questi i primi dettagli del programma Scoober, con cui la piattaforma di food delivery Just Eat intende assumere come propri dipendenti i rider che consegnano pranzi e cene in Italia.

L’annuncio all’inizio di novembre. La app olandese, 205mila ristoranti in 22 Paesi del mondo a bordo, si sgancia dal contratto firmato dall’associazione di categoria Assodelivery con il sindacato Ugl e dichiara di voler stabilizzare i suoi fattorini. Un modello già adottato in dodici mercati, tra cui Danimarca e Germania. E che dal 2021, stando alle dichiarazioni dei manager dell’azienda al primo incontro con i sindacati, sarà esteso anche all’Italia.

I cardini del contratto

Contratto subordinato, paga oraria, riconoscimento di ferie, malattia e congedi, contributi e copertura assicurativa. E ancora: tfr e indennità per lavoro notturno, festivo e in condizioni meteo avverse e premi di produzione. Sono questi alcuni dei punti fermi del progetto di Just Eat. Ad assumere i fattorini sarà Takeaway Express Italy, una società costituita ad hoc e controllata al 100% dalla stessa Just Eat, che fornirà la piattaforma logistica per le consegne. L’obiettivo dichiarato è di arrivare a mettere sotto contratto tremila rider in Italia (19mila quelli nel mondo inquadrati con Scoober in 140 città) ma il processo sarà graduale. Si partirà nel primo trimestre dell’anno con una sperimentazione in una città medio-piccola italiana. Poi dal secondo si passerà ai centri più grandi. Prima Milano, Firenze e Bologna. Successivamente anche Roma, Torino, Genova e Napoli.

Cambiamenti in vista anche sui mezzi. Nelle città più importanti saranno costituiti degli hub, dove i fattorini potranno ritirare per le consegne biciclette e scooter elettrici. Nei centri più piccoli invece si valuta di mantenere il modello remoto (ognuno con il suo mezzo). E saranno sperimentati anche modelli ibridi.

I punti interrogativi

L’incontro, durato un’ora e mezza, ha coinvolto il direttore operativo globale di Just Eat Takeaway (dopo la fusione per incorporazione ad aprile costata 6,2 miliardi di sterline), Mark Deumer, e rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e del sindacato autonomo Rider per i diritti. Non a tutte le domande è arrivata una risposta. Just Eat non ha ancora deciso a che contratto nazionale aggancerà le sue paghe. “Dal punto di vista organizzativo dovrà trattarsi di una struttura coerente con le necessità di questo business, che ha elementi e peculiarità precise e al momento non troviamo un ccnl di riferimento completamente adeguato”, spiegano dall’azienda. Né è chiaro se i contratti saranno a tempo pieno o part time e a che formule si farà ricorso. Just Eat parla espressamente di voler mantenere “la flessibilità”. Sarà decisivo capire anche come un modello pensato all’estero possa addentellarsi alle regole italiane sul lavoro.

A gennaio il prossimo incontro. “Dovremo capire come si concilia la proposta con la contrattazione collettiva italiana e come sarà gestita la transizione dall’attuale modello”, commenta Mario Grasso della Uiltucs: “L’azienda ha dimostrato la volontà di lavorare insieme ai sindacati”. Per Angelo Avelli della rete Rider per i diritti, che riunisce le sigle autonome territoriali, “ci si potrà esprimere meglio quando avremo il quadro generale sui livelli salariali. In generale abbiamo visto la volontà di trovare un punto di equilibrio e registriamo che, per la prima volta in Italia, un’azienda di delivery condivide i piani di sviluppo e dati reali”.

Il mito della subordinazione

La mossa di Just Eat ha messo in fibrillazione il settore delle app di consegne. Da un lato ha spaccato il fronte delle piattaforme, che da anni hanno troncato sul nascere i negoziati per riconoscere ai fattorini un contratto subordinato. Al punto di cristallizzare l’autonomia della prestazione nel contratto di settore, presentato a settembre e subito silurato da sindacati e ministero del Lavoro.

Dall’altro rappresenta un test sul campo per dare una forma a quel contratto della gig economy che da due anni il governo Conte 1 prima e 2 poi promette di scrivere. D’altronde, come scrivono ne Il tuo capo è un algoritmo i giuslavoristi Antonio Aloisi e Valerio De Stefano, “le istituzioni sociali esistenti, in particolare il lavoro subordinato e il suo corredo di tutele, possono benissimo coesistere con la modernizzazione più avanzata” e “moduli organizzativi flessibili sono perfettamente compatibili con il contratto di lavoro subordinato”.

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