Il social network ha messo a punto un sistema di intelligenza artificiale che prevede l’andamento della pandemia, basato sui dati aperti delle autorità sanitarie

(Photo Illustration by Rafael Henrique/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Fake news come virus. Le tecniche che gli scienziati informatici utilizzano per analizzare il propagarsi delle informazioni attraverso le reti sociali digitali sono, viste da un livello di astrazione molto alto, sostanzialmente identiche a quelle dei microbiologi. O perlomeno, è questo quello che pensano i ricercatori che si occupano di intelligenza artificiale a Facebook, capitanati da Antoine Bordes, responsabile del laboratorio Facebook Ai Research (Fair) impegnati sul fronte della risposta all’emergenza Covid-19.

A partire dalla primavera del 2020, durante il primo lockdown italiano e in alcuni altri Paesi europei, i ricercatori del Fair hanno cominciato ad addestrare le reti neurali con modelli matematici alimentati da dati open che consentissero loro di predire in maniera efficace la diffusione del Covid-19 negli stati di New York e New Jersey, sulla costa occidentale americana. L’obiettivo, spiega a Wired Bordes, era quello di aiutare le autorità a prevedere la richiesta di posti letto in terapia intensiva durante il primo picco per poter gestire la pandemia. Il team di Bordes ha prodotto anche dei paper che sono stati pubblicati dall’accademia, come il Learning Multivariate Hawkes Processes at Scale, che è stato pubblicato dalla Cornell University.

A fine febbraio del 2020 l’idea di lavorare a questo progetto – dice Bordes, che vive e lavora a Parigi – è nata spontaneamente nel gruppo di ricerca e, alla fine più o meno 60 persone hanno smesso di fare quel che stavano facendo e hanno iniziato a lavorare a progetti relativi al Covid-19: non è successo perché Mark Zuckerberg o io abbiamo detto che bisogna fare qualcosa. Invece, è cominciato tutto dal basso“.

La ricerca su come creare modelli predittivi sulla diffusione del coronavirus è nata quindi dal desiderio dei ricercatori di mettere ordine tra i dati pubblici rilasciati dalle autorità e anche dalla perplessità su molte risposte messe in piedi dai governi, a partire da quello americano. E anche, il manager non lo nasconde, dalla preoccupazione che i governi non stessero lavorando bene con i dati: una sensazione che spesso i data scientist hanno e che ha spinto molti di loro, sia nel Fair di Faceboook che in tante altre aziende e università, a scaricare i dati messi a disposizione dai governi e a provare a metterci mano, per trovare correlazioni e costruire modelli di analisi e predittivi.

Antoine Bordes, managing director del Facebook AI Research (FAIR) lab
Antoine Bordes, managing director del Facebook Ai Research (Fair) lab

Modelli previsionali

Già con la seconda ondata Facebook è riuscita a creare un software per predire la diffusione del Covid-19 e a utilizzarlo in maniera sinergica con le autorità per prevenire. In maniera non difforme da come i ricercatori cercano di prevedere la diffusione delle fake news attraverso i grafi delle reti sociali interconnesse su Facebook.

Il lavoro di Bordes però non è una vittoria assoluta. Gli strumenti di Ai sono stati offerti ad epidemiologi e altri ricercatori delle università perché, ammette con onestà intellettuale Bordes, “Facebook non è certamente esperta di ricerca medica. E non pretendiamo neanche di avere ragione“. Il processo è però andato avanti per mesi, lasciando andare man mano i filoni di ricerca che si dimostravano meno efficaci, sino ad arrivare a un modello con delle capacità predittive maggiormente efficaci.

Il lavoro del Fair di Facebook permette dunque di capire la diffusione della pandemia, identificare le richieste di aiuto lanciate tramite il social e disinnescare anche le fake news.

Facebook non è l’unica azienda ad aver costruito un modello predittivo della diffusione della pandemia: vari gruppi di ricerca privati ed enti governativi di tutto il mondo sono attivi in questo campo. Facebook condivide i suoi dati sullo Humanitarian Data Exchange e dichiara di aver incontrato notevoli difficoltà a trasferire il suo modello di analisi dagli Stati Uniti (dove è possibile visualizzare la diffusione del Covid-19 a livello di contea) in Europa, dove pure ha varie collaborazioni anche scientifiche, dalla Spagna sino all’Italia.

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