Wikipedia compie 20 anni: il futuro secondo il suo fondatore, Jimmy Wales

Intervista al creatore della più famosa e utilizzata enciclopedia in rete: dalle prospettive di internet al ruolo delle piattaforme fino al nuovo progetto, Wt Social

Jimmy Wales al Wired Next Fest 2019 (crediti foto: Rosdiana Ciaravolo/Getty Images)
Jimmy Wales al Wired Next Fest 2019 (crediti foto: Rosdiana Ciaravolo/Getty Images)

È fin troppo retorico chiederci cosa sarebbe internet senza Wikipedia. Ma forse a vent’anni dalla sua creazione ha senso soppesare l’importanza dell’enciclopedia online nelle nostre vite. Un’idea faraonica e utopistica, che difficilmente si sarebbe concretizzata senza Jimmy Wales, quel 15 gennaio 2001.

Considerato il creatore principale di Wikipedia, Jimmy Wales ha portato avanti un progetto che in breve tempo ha radicalmente cambiato la diffusione della conoscenza in gran parte del mondo. Wikipedia è l’iniziativa più riconoscibile di Wikimedia, una fondazione internazionale non-profit che si occupa di gestire e promuovere tanti altri progetti che stimolano la diffusione di contenuti liberi. È un principio non soltanto ideologico ma anche legale. Per poter essere diffusi, i contenuti devono avere una licenza che consente la copia e la modifica da parte di chiunque. Un particolare che non trova sempre tutti d’accordo.

Wikimedia Italia, per esempio, collabora molto con i musei, le università e gli archivi. Da un lato formano il personale e dall’altro lato ottengono la condivisione libera di immagini e documenti. Per celebrare il ventennale, a Milano si sarebbe dovuta organizzare una mostra su Wikipedia, bloccata dal coronavirus. Sull’iniziativa Wikimedia mantiene un certo riserbo, ma sembra che sia stata rimandata alla fine dell’emergenza sanitaria. Nel frattempo a Wired Jimmy Wales racconta un po’ di cose.

Jimmy Wales al Wired Next Fest 2019 (crediti foto: Rosdiana Ciaravolo/Getty Images)
Jimmy Wales al Wired Next Fest 2019 (crediti foto: Rosdiana Ciaravolo/Getty Images)

Hai mai dovuto spiegare a qualcuno cosa fai di mestiere? Qual è la tua giornata lavorativa in generale?

“Be’, è molto insolita in questi giorni, perché sono a casa come tutti. Me ne sto qui nella mia soffitta. Normalmente viaggio parecchio in tutto il mondo, parlo alla gente di Wikipedia, quel genere di cose lì. Ora passo molto tempo a progettare cose nuove, costruire nuovi prodotti, nuovi progetti, esplorare un sacco di idee. Mi sto divertendo a farlo”.

Hai mai aggiornato personalmente le informazioni della pagina Wikipedia su Jimmy Wales?

“Non lo faccio da molto tempo. Ma sai, generalmente le persone non dovrebbero farlo, è molto difficile essere imparziali su sé stessi. Quindi evito”.

Ma l’hai creata tu quella pagina?

“No, in realtà ho chiesto per molto tempo di non avere una pagina Wikipedia su di me. Pensavo fosse sciocco. È proprio quel genere di cose per cui la stampa ti prende in giro. Ma alla fine me l’ha chiesto la community: ero stato intervistato da Wired, dal New York Times e non c’era una pagina Wikipedia su di me…”

Sulla tua pagina in inglese però c’è scritto: “sebbene storicamente sia accreditato come co-fondatore, ha contestato questo fatto, dichiarandosi unico fondatore”. Quindi sei l’unico fondatore di Wikipedia?

“Ah, che noia! Questa è la domanda più noiosa in assoluto”.

La pagina di Jimmy Page su Wikipedia
La pagina di Jimmy Page su Wikipedia

Va bene, andiamo avanti. Wikipedia nasce nel 2001, in un clima di forte collaborazione tra chi si occupava di internet e sviluppo software. Come pensi che siano cambiate le cose in 20 anni?

“Penso che le persone siano le stesse. Gli esseri umani sono meravigliosi e imperfetti, e alle persone piace ancora collaborare e cooperare. Ovviamente internet è cambiato in maniera sostanziale. Ma non è necessariamente cambiato tanto quanto la gente immagina. Ricordo i vecchi tempi in cui le persone litigavano furiosamente per questioni ideologiche. In un certo senso è molto simile a ciò che accade con Twitter e Facebook oggi.

Al tempo non c’era un vero un modello di business, era molto forte il senso di comunità. Con gli algoritmi di oggi che promuovono contenuti provocatori per aumentare il coinvolgimento sorgono altre criticità. Ci sono chiaramente molti problemi con i contenuti a pagamento su piattaforme come Facebook e Twitter, ci sono eserciti di bot. Queste sono sicuramente delle novità. Ma in generale, penso che nelle persone rimanga alto il desiderio di qualità e il senso vero di comunità”.

Prima di Wikipedia le enciclopedie erano percepite come qualcosa di sacro, il risultato di un lungo lavoro svolto da saggi e accademici. All’epoca eri conscio della portata della sfida? Avresti mai immaginato un tale successo?

“In realtà consideriamo tuttora le enciclopedie una cosa sacra, che richiede un duro lavoro da parte di persone molto intelligenti e premurose. Non sono necessariamente tutti degli accademici professionisti, ovviamente. In tal senso abbiamo sicuramente abbattuto molte barriere. Ma in realtà consideriamo molto prezioso questo lavoro.

Poi, sai, rispetto al poter immaginare all’epoca un simile successo, l’ho sempre detto: sono un ottimista patologico. Penso sempre che tutto andrà alla grande. All’inizio speravo che Wikipedia potesse arrivare tra i primi cento o cinquanta siti web più popolari. Non pensavo che saremmo stati tra i primi cinque“. 

Questa crescita enorme ti ha mai spaventato?

“Più eccitato che spaventato. Anche se sicuramente la sfida maggiore era il ridimensionamento lato hardware e software. Sai, quando passi da un server a due e da due a quattro e da quattro a otto in brevissimo tempo, ti rendi conto che la cosa diventa grande. Ma poi ancora più improvvisamente passi da otto a sedici e da sedici a trentadue. Lì capisci veramente che si tratta di un’architettura radicalmente diversa.

In quei primi giorni non era chiaro come avremmo finanziato il progetto. Ricordiamoci che Wikipedia è figlia della bolla delle Dot-com. Quando abbiamo iniziato a chiedere donazioni non sapevamo se saremmo stati in grado di ottenere i soldi di cui avevamo bisogno. Speravo di ottenere ventimila dollari in un mese. Invece abbiamo ottenuto circa trentamila dollari in un paio di settimane. Quindi è stato un grande successo: quel modello di business era effettivamente sostenibile“. 

Tieni molto all’indipendenza di Wikipedia, è stato più difficile mantenerla all’epoca o lo è oggi?

“Penso che l’indipendenza sia più forte che mai. E penso che uno dei motivi sia il fatto che il nostro modello di finanziamento come ente di beneficenza si basa principalmente sulle piccole donazioni da parte del pubblico. Ciò significa che i grandi donatori non hanno voce in capitolo sulla nostra politica. La nostra comunità ha la libertà di essere intellettualmente indipendente, di perseguire la verità. Ed è piuttosto rigorosa su queste cose.

I media, d’altro canto, ricevono molta pressione in tal senso, a causa della ricerca di clickbait. Alla nostra comunità non interessa, guardiamo a malapena i numeri. Voglio dire, lo facciamo per motivi organizzativi e pratici, ma avere numeri alti non è un nostro obiettivo. Ciò che vogliamo è mantenere  un’enciclopedia libera, piuttosto che adattarci per attirare più traffico e generare entrate pubblicitarie”.

Jimmy Wales il 20 gennaio 2020 al DLD (Digital Life Design) innovation conference. (crediti immagine: Lino Mirgeler/picture alliance via Getty Images)
Jimmy Wales il 20 gennaio 2020 al Dld (Digital Life Design) innovation conference. (crediti immagine: Lino Mirgeler/picture alliance via Getty Images)

Nel 2017 hai lanciato il sito Wiki Tribune, che nel 2019 si trasforma in Wt Social. A cosa è dovuto il cambiamento?

“Fondamentalmente abbiamo trovato un nome e un dominio più breve, che è fantastico. Ma abbiamo anche spostato il focus. Già dall’inizio eravamo molto più di un semplice sito di notizie, in realtà. Ci siamo presto resi conto però che il vero problema delle fake news del giornalismo che rincorre il clickbait non è legato alle realtà giornalistiche: stanno solo rispondendo all’ecosistema in cui vivono.

Il vero problema è più profondo, ha a che fare con il modo in cui viene veicolato il traffico sui social media. Gli algoritmi sono ottimizzati far stare la gente sul sito. Così ci siamo resi conto che in realtà dobbiamo iniziare ad affrontare l’aspetto di social networking. Il cambio di nome sottolinea questo aspetto”.

In effetti il sottotitolo del progetto è “un social network non tossico”. Come sta andando?

“Bene, abbiamo circa 500mila membri, anche se molti non sono attivi come vorremmo. Ma la comunità nell’insieme è molto attiva. Stiamo continuando a sviluppare e a migliorare il software e ultimamente abbiamo investito molto sui video. Comunque, non c’è niente di male nella pubblicità, ma non può essere l’unico modello di business di internet. Sai, se l’esperienza social online significa fare un mi piace, lasciare un commento, pubblicare un link… non è una cosa minimamente sociale.

Quest’anno invece abbiamo assistito all’esplosione delle videochiamate, una rivoluzione dovuta al coronavirus. Su Zoom si fanno un sacco di attività e proprio nelle interazioni video intravedo una grande opportunità. È su questo su cui stiamo lavorando, i video saranno parte integrante del sistema Wt”.

In che modo però definisci un social network “tossico”? E perché questo non lo sarebbe?

“Se vai su Twitter, per esempio, vedi molta rabbia, molti troll, molti account chiaramente bot. È disinformazione. Questa roba è tossica, e crea una sorta di dipendenza. Ma ciò è costruttivo? No, non credo proprio. Bisogna però capire bene quali siano le cause. In parte ovviamente è la natura umana. Ma anche il design e il loro sistema di algoritmi stanno concorrendo a mantenerti assuefatto, a tenerti sul sito il più a lungo possibile.

Noi abbiamo un modello di business diverso, in altre parole non abbiamo pubblicità. Abbiamo però contributi volontari. Paghi se lo vuoi, non sei obbligato. Il che effettivamente è un terribile modello di business, ma d’altra parte è su questo che ho basato finora la mia carriera.

Noi non siamo incentivati a farti cliccare quanto più possibile. L’esperienza online dovrebbe essere genuinamente significativa. Questo è il motivo per cui tante persone donano qualcosa a Wikipedia. Lo fanno perché lo percepiscono meritevole, qualcosa che migliora la propria vita”. 

Sembri essere molto sensibile alla libertà di espressione, esiste anche una fondazione a porta il tuo nome su questo tema. Come pensi, tuttavia, che Wikipedia possa ostacolare meglio gli estremisti politici che vogliono utilizzare la piattaforma come strumento di propaganda? 

“La chiave di Wikipedia è l’affidabilità delle fonti. Ci sono molte regole per mantenere la neutralità di Wikipedia e abbiamo una comunità molto attiva e attenta in tal senso. Questa è la differenza con i social network, che rappresentano propriamente luoghi dove esprimere opinioni. Sai, tutti hanno un loro zio pazzoide con idee bizzarre… io in realtà no, i miei zii sono meravigliosi, ma capisci cosa intendo.

La domanda è: il social network promuove quel tipo di esternazione semplicemente per ottenere molte interazioni? Quando qualcuno posta qualcosa di normale o noioso, forse non riceverà alcun commento. Ma se qualcuno pubblica qualcosa tipo “il 5G sta causando il coronavirus” (tesi falsa, ndr), le persone risponderanno, interagiranno, rimarranno sul social più a lungo. Secondo me non si dovrebbe scegliere di aumentare la visibilità di alcune idee semplicemente perché causano più rumore. Si dovrebbe farlo con quelle idee che la comunità considera più genuinamente interessanti”.

Il 29 agosto 2017 il governo turco aveva bloccato l'accesso a Wikipedia nel paese. (crediti foto: Altan Gocher/NurPhoto via Getty Images)
Il 29 agosto 2017 il governo turco aveva bloccato l’accesso a Wikipedia nel paese. (crediti foto: Altan Gocher/NurPhoto via Getty Images)

Però molte persone usano Wikipedia per sventolare idee senza fonti affidabili. Ci sono forti battaglie per questo sulla piattaforma.

“Le vere battaglie all’interno di Wikipedia di solito non sono ideologiche. Normalmente sono battaglie da geek sulle fonti e i dati dei contenuti. Quelli che vogliono utilizzare Wikipedia per promuovere le proprie idee non costituiscono veramente un problema. Ovviamente c’è chi ci prova, ma viene bannato rapidamente. Sai, la vera ricchezza di Wikipedia è che dietro ci sono delle persone e non degli algoritmi, questo aiuta molto”.

Rimanendo sulla libertà di espressione, parliamo di Wikipedia nei paesi con regimi autoritari.

“Al momento siamo bloccati solo in Cina. Siamo stati bloccati in Turchia, ma ci siamo rivolti alla Corte Suprema. Abbiamo avuto una lunga battaglia in tribunale ma alla fine abbiamo vinto, ritornando accessibili. È stata una vittoria importante. Credo che le autorità turche pensassero che avremmo ceduto immediatamente. Le altre piattaforme internet in genere lo fanno perché ci sono interessi commerciali in ballo”.

Wikipedia avrà grossi cambiamenti nei prossimi anni? O magari quest’anno, in occasione del ventesimo anniversario?

“No, non prevediamo alcun grande cambiamento“.

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