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Lia Levi ricorda gli anni della guerra e quelli passati in convento a Roma

Erano gli anni difficili della guerra e della persecuzione razziale contro gli ebrei, Lia Levi trovò riparo in una Chiesa

Giorno della Memoria per non dimenticare. C’è Roma nel periodo delle leggi razziali. Ci sono tre storie che si sfiorano, come storia e destino. Parlano d’amore ai tempi della guerra, di conflitti esistenziali tra genitori e figli, di valori, di paura, di desiderio di combattere per i propri ideali. Come fa Giulio, commediografo e scrittore costretto a servirsi di un prestanome per raccontare le sue storie.

Nell’ultimo romanzo della scrittrice e giornalista Lia Levi, Ognuno accanto alla sua notte (edizioni e/o), c’è il mondo in cui è cresciuta e da cui è dovuta scappare quando era bambina.

Quello delle leggi razziali, della persecuzione ebraica, che viene ricordato oggi 27 gennaio, Giorno della Memoria. Ecco quanto riporta VanityFair.it.

Lei scrive romanzi per adulti e per bambini. Questo nuovo romanzo attraversa il periodo delle leggi razziali. Come ha iniziato a scriverlo? 
«A parte le storie individuali cerco sempre le piccole storie, le storie delle famiglie, le grandi storie che entrano nei corridoi. Come sfondo le leggi razziali e le persecuzioni e il baratro dopo l’occupazione tedesca, quando si era trasformata in una caccia all’ebreo. L’altro punto che mi affascina sempre è il destino che getta i suoi dadi e scompone le cose. Ecco perché nel romanzo ho messo tre storie a confronto, ognuna con una situazione, si sfiorano a vicenda».

Tra le voci del suo romanzo c’è Giulio, commediografo e scrittore costretto a servirsi di un prestanome per raccontare le sue storie.
«Ho vissuto questo periodo storico da bambina. Non potevi lavorare, andare a scuola, i libri degli ebrei sono stati fatti sparire. Mi sono immaginata, com’è successo, di commediografi, di persone che per pubblicare i loro lavori sono dovuti ricorrere a un altro nome che compariva al posto loro».

C’è anche l’amore, tra Colomba e Ferruccio. Lei è ebrea, lui è figlio di un fanatico fascista. Come si racconta un sentimento così contrastato?
«Poteva succedere in quegli anni. È un amore strappato che però vola anche un po’. Quando scrivevo di loro avevo in mente gli innamorati che volano in cielo di Chagall. Come un atto un po’ liberatorio, l’ho reso anche immaginario, è un momento di luce, un amore così che da qualche parte ci dev’essere stato».

La terza voce è quella che racconta lo scontro tra padri e figli.
«È la storia più dura. Affronta il conflitto tra un padre, che è un dirigente comunitario ebraico e un figlio quindicenne che cerca di ragionare con la sua testa. È un fatto storico, un po’ rimosso anche per motivi di sofferenza, che la classe dirigente, i consiglieri della comunità ebraica, non sono stati all’altezza di un periodo così difficile, non hanno saputo comprendere la gravità della situazione. Non hanno messo in allarme la popolazione, sono stati inadeguati».

Per sfuggire alle persecuzioni è arrivata in un monastero. Cosa le è rimasto dentro?
«Avevo 12 anni e la cosa per cui continuo a ringraziare i miei genitori, anche se oggi non ci sono più, è che non hanno aspettato il momento del pericolo, quando scappava chi ci riusciva e chi no. Loro hanno valutato il pericolo prima. Così hanno nascosto noi tre bambine, dopo aver preso degli accordi, in questo collegio. È stato un atto che ci ha salvato, perché quando c’è stata la grande razzia del 16 ottobre a Roma, dove i tedeschi sono andati a prendersi tutti gli ebrei con gli elenchi che avevano, loro sono stati avvisati al telefono e sono riusciti a scappare»

Cosa ricorda del collegio?
«Nel convento siamo state accolte bene, certo non era tempo di tanti vezzeggiamenti. Ci hanno spiegato che non dovevamo dire che eravamo ebree, che dovevamo quindi prendere un cognome non riconoscibile come ebraico, dovevamo dire le preghiere insieme alle altre bambine altrimenti avremmo destato curiosità o peggio. Quindi è stato un periodo difficile, era l’anno più duro della guerra, mancavano il cibo, la luce, non c’era il riscaldamento, quindi duro anche esternamente. C’erano però tanti altri bambini e alla fine giocavamo anche, non stavamo tutto il tempo a pensare alla tragedia».

Riuscivate a trovare un tempo per la leggerezza?
«Sì, abbiamo messo in piedi anche degli spettacoli teatrali, cosa che per me è stata sempre molto salvifica nell’infanzia. Me ne ricordo uno in particolare, era un copione che avevamo trovato lì e raccontava una storia ironica di litigi tra cognate».

Che cos’è per lei  la memoria? 
«La memoria per me è l’elaborazione del ricordo. Tutti abbiamo dei ricordi che magari svaniscono, o piano piano si possono anche modificare. Invece il ricordo elaborato, cioè trasportato nel tuo presente diventa una cosa su cui pensi, ti offre dei valori, un metro per giudicare. Senza la memoria del passato come faremmo a costruire la nostra struttura psichica. È tutto questo. Tutto quello che del ricordo si trasforma in qualcosa di vivo oggi».

Perché è importante ricordare?
«Ricordare non dev’essere un pensiero così volatile. La memoria è ricordo quando ne fai oggetto di riflessione, cominci a capire la storia e i comportamenti degli esseri umani. Le stesse pulsioni che l’essere umano ha sempre vengono messe come sotto un riflettore, diventano più forti e più riconoscibili».

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