
Esattamente cinque anni fa, quando venni nominata direttrice di Raitre, ricevetti molti insulti sessisti. Sui social e su alcuni giornali. Talmente tanti che faccio prima a ricordarmi i messaggi di solidarietà, che non furono molti. Ma tra i pochi ricordo bene quello pubblico di Michela Murgia. Naturalmente gli insulti non mi fecero piacere, ma decisi di ignorarli. Non risposi nemmeno quando, circa tre mesi dopo, tolsi la parrucca e scoprii i capelli che stavano ricrescendo dopo la chemioterapia appena terminata. Lì mi insultarono in modo ancora più becero, convinti che con quei capelli grigi volessi darmi un tono.
Mi sembravano talmente sciocchi, tutti quanti. Pensai che rispondergli servisse solo a dargli soddisfazione. E poi un po’ mi dispiaceva per loro. Sono passati cinque anni da allora e le cose sono cambiate. Le giornaliste, le professioniste, tutte le donne, si sono rotte le scatole. In Italia Selvaggia Lucarelli e Laura Boldrini hanno iniziato a segnalare e querelare gli odiatori diffondendo nomi e cognomi. Ora Marianna Aprile ha deciso di fare altrettanto, ma senza diffondere i nomi di chi insulta. È appena uscito un ebook che si intitola #STAIZITTA giornalista! di Silvia Garambois e Paola Rizzi. Dall’hate speech allo zoombombing, quando le parole imbavagliano. Stai Zitta (e altre nove frasi che non vogliamo sentire più) è anche il titolo del libro di Michela Murgia in uscita per Einaudi.
Se Giorgia Meloni oggi viene insultata e giustamente le esprimono solidarietà da ogni parte, è anche merito loro. E di un sacco di altre donne che ci stanno mettendo la faccia, da Chiara Valerio a Carlotta Vagnoli, da Giulia Blasi a Chiara Tagliaferri, ad Annalisa Cuzzocrea e tantissime altre. Se ripenso a cinque anni fa, al clima di allora e a quello di oggi (in mezzo è passato il treno del MeToo) mi rendo conto che rispondere e segnalare attacchi sessisti e misogini è sacrosanto. E che soprattutto per chi ha più forza e visibilità è doveroso, anche se è una seccatura e una gran perdita di tempo. Bisogna farlo per chi non è attrezzato, per le Tiziane Cantone che si suicidano, per tutte le persone che credono che star zitte e subire attacchi personali, insulti sessisti, violenze piccole e grandi, sia l’unica scelta possibile.
