Covid-19, così i media influenzano la percezione del rischio

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(Foto: Steven Cornfield on Unsplash)

I media influenzano moltissimo le emozioni umane sempre, a maggior ragione durante una pandemia, condizione in cui la comunicazione gioca un ruolo di primo piano. Conoscere quali sono i meccanismi psicologici attivati è fondamentale nell’ottica di spingere la popolazione ad adottare i comportamenti più adeguati nelle diverse fasi, che siano evitare il contagio o aderire alle campagne vaccinali. La percezione del rischio è determinata da fattori centrali nella comunicazione: focalizzarsi sui decessi, più che sulle guarigioni, aumenta le preoccupazioni. Al contrario, parlare di influenza stagionale nello stesso servizio su Covid, porterà inconsciamente le persone a ritenere la malattia meno pericolosa. A raccontare tutto questo, gli effetti dei media sulla percezione del rischio, è uno studio coordinato dall’Università di Trento pubblicato su Frontiers in Psychology. Risultati che in prospettiva forniscono indicazioni utili anche per la campagna vaccinale in corso: meglio sarebbe rassicurare gli scettici che con il vaccino non perderanno la loro salute, piuttosto che insistere sul guadagno dell’immunità.

Come variano i comportamenti, tra frame ed effetto alone

Lo studio ha coinvolto un campione di 547 persone residenti in Italia, nel Regno Unito e in Austria. I soggetti sono stati sottoposti a questionari per valutare il loro timore nei confronti della minaccia del coronavirus, analizzando tanto le loro emozioni che i comportamenti adottati in diversi contesti. I dati sono stati raccolti in una delle prime settimane di aprile, durante il lockdown. La constatazione più importante emersa dallo studio è che più si è spaventati e ci si sente in pericolo, più si impiegano misure di protezione. Ma quali tipi di messaggi sono più efficaci, ovvero quali quelli che riescono a muovere le persone ad agire in modo più sano per sé stesse e per gli altri, come mascherina e distanziamento? Dipende. “Noi studiamo le emozioni consapevoli e inconsapevoli – premette Nicolao Bonini dell’Università di Trento, a capo del team di ricerca – in questo caso ci siamo accorti che gioca un ruolo molto importante il cosiddetto frame, l’incorniciamento di un’informazione”. Ovvero lo stesso concetto espresso in due modalità diverse porta a comportamenti/scelte anche opposte. “In concreto se i media parlano delle persone decedute la gente si spaventa, se parlano dei guariti ha meno paura, quindi userà verosimilmente meno precauzioni”.

Sottostimare il pericolo può essere dunque di per sé rischioso, spiegano gli autori nel paper. Ma se il timore è funzionale all’adozione di adeguate prevenzioni, continuano, al tempo stesso è fondamentale non calcare troppo la mano per non correre il rischio di generare situazioni di panico.

Altro aspetto importante portato alla luce dallo studio è il cosiddetto effetto alone, o annacquamento: “Se parlo di Covid-19 dopo aver parlato per esempio della tipica influenza stagionale, le persone tenderanno a sottostimarne la pericolosità”, prosegue Bonini. Meglio dunque non fare certi paragoni, scrivono i ricercatori. Questi fattori permettono di prevedere il comportamento protettivo più accuratamente di altri apparentemente più rilevanti come, ad esempio, la fiducia nelle istituzioni o la valutazione sulla efficacia della politica di governo, spiega ancora il ricercatore.

La presentazione delle notizie e degli aggiornamenti sull’andamento dell‘epidemia ha dunque un ruolo centrale sui comportamenti adottati dalla popolazione. Anche considerato la presenza di altri bias in cui può incorrere la mente umana, come ad esempio l’effetto abituazione, per cui, a forza di sentire ogni giorno lo stesso bollettino di numeri, un po’ alla volta non ci si fa più caso. “È per questo motivo che i media dovrebbero essere più responsabili nel convogliare le notizie: il modo in cui lo fanno è determinante. Uno stesso messaggio può essere trasmesso in tanti modi diversi, con conseguenze diverse”, osserva l’esperto, che critica la consuetudine del riferire solo numeri assoluti: “è meglio dire la percentuale di contagiati a fronte del numero di tamponi eseguiti”. Un po’ come si fa nel caso del Pil, dare importanza alle informazioni semplici e raffrontabili, per non creare confusione. “L’Ordine nazionale dei giornalisti dovrebbe prendere in considerazione le scienze della cognizione”, aggiunge.

Vaccini ed esitanza vaccinale

Lo studio è stato condotto in un periodo completamente diverso da quello che stiamo vivendo. La pandemia è lungi dall’essere finita, ma l’arrivo dei vaccini, pur tra mille difficoltà, alimenta le speranze, malgrado alcuni problemi di esitanza vaccinale che hanno riguardato anche alcuni operatori socio sanitari. Cosa può insegnarci la psicologia al proposito? “Ci sono due modi di interpretare il vaccino – afferma Bonini – Uno è classico e corrisponde al messaggio: se ti vaccini il tuo sistema immunitario è pronto a contrastare il virus. E l’altro è opposto: la formulazione dei vaccini a disposizione consente di azzerare quasi tutte le conseguenze negative, con il vaccino non avrai reazioni avverse, non perderai la tua salute. Visto che sui social i timori sono soprattutto in merito agli effetti collaterali, questo potrebbe essere un modo efficace di trattare la questione, facendo leva sull’effetto ‘loss aversion’, dimostrato sperimentalmente, vale a dire che per le persone pesa molto di più una perdita che un guadagno”. Se la temuta perdita non c’è, è più probabile che il vaccino sia accettato.

Riferimenti: Frontiers in Psychology, Università di Trento

Credits immagine: Steven Cornfield on Unsplash

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