Arrivarono prima alla spicciolata, poi ammassati in barconi straripanti di paura e speranza. Trent’anni fa, il 7 marzo del 1991, l’esodo di 25mila profughi albanesi fu una dura prova di accoglienza per la Puglia, e in particolare per Brindisi. le immagini di quell’esodo fecero il giro del mondo.
    La situazione politica internazionale lasciava presagire che ci potesse essere uno spostamento di persone dall’Albania, ma non si ipotizzava potesse essere così massiccio. Del resto la striscia di mar Adriatico che separa Brindisi da Valona misura poco più di 60 miglia, quattro ore di navigazione. Quel giorno non c’erano segnali di bufera, solo in un secondo momento arrivarono le nuvole e il maltempo. Le onde alte e le carrette del mare, barconi e pescherecci, si trovarono in enorme difficoltà. Chi era a bordo racconta di essersi sentito come su un guscio di noce, e di avere temuto la morte.
    Un fiume di gente giunse a Brindisi. Uomini affamati, affaticati. Donne e bambini. Non avevano nulla, ma erano tutti sorridenti dinanzi alle telecamere di allora: negli occhi il sogno realizzato, la speranza di trovare una vita migliore in quella terra che avevano conosciuto solo in tv. Cercavano libertà, più che ricchezza, fuggivano dalla crisi economica ma soprattutto dalla dittatura.
    E fu così che una piccola città del Mezzogiorno, non certo una delle più ricche, si ritrovò ad affrontare una emergenza umanitaria. Brindisi non era la terra promessa ma così sembrava al fiume di gente che attendeva assiepata agli angoli del porto una mano tesa.
    Fu il giovane sindaco dell’epoca, Giuseppe Marchionna, che aveva 37 anni, ad organizzare in fretta la macchina dei soccorsi.
    Lanciò un appello all’accoglienza, ispirato innanzitutto dalla necessità di tutelare l’ordine pubblico ed evitare la presenza per strada di migliaia di disperati. La gente rispose con un enorme moto di solidarietà aprendo anche le proprie case all’ospitalità. Ai bambini furono regalati giocattoli, agli adulti vestiti e anche qualche soldo, in alcune circostanze. In tantissimi trovarono un lavoro, subito. E riuscirono a completare gli studi intrapresi in Albania e interrotti per cambiare vita.
    Di vicende a lieto fine di quell’esodo ce ne sono state a migliaia. C’è Pjerin, il medico che all’epoca aveva 35 anni e che, dopo aver dovuto riprendere la laurea in Medicina a Bari, oggi è in prima linea contro il covid al 118 di Brindisi. E poi Anton che di anni, nel 1991, ne aveva 27. E’ un ingegnere meccanico, vive in provincia, a Carovigno, si è sposato con una pugliese, ha due figli e si è candidato alle elezioni amministrative per tre volte, con spirito di servizio: “Per pagare il mio debito, un debito psicologico”, dice.

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