Negli Stati Uniti hanno generato il 53% delle quotazioni del 2020 e da inizio anno continuano a muovere capitali. Ma si intravede un rischio bolla

Wall Street in New York City – (Photo by JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

Sono una strada più economica e veloce per aprirsi al mercato rispetto alla tradizionale offerta pubblica iniziale (Ipo), tanto da riscuotere inarrestabile successo in tutto il mondo. Le Spac sono special purpose acquisition companies, ovvero veicoli di investimento quotati sul mercato azionario con il solo obiettivo di individuare un’azienda target, comprarne un pacchetto di azioni e trascinarla sui listini di Borsa. Funzionano come una “mega-colletta”: uno sponsor fonda la società-veicolo, che non possiede né idee né asset, e cerca soci finanziari per individuare la partnership e fondersi con una vera impresa nel giro di due anni.

Chi investe nella Spac ha l’obiettivo di guadagnare dall’aumento del valore delle azioni della società target, scelta proprio in base ai potenziali di crescita. Chi accetta la fusione con la Spac, invece, va dritto sul mercato senza i costi tradizionali dell’Ipo, azzera la burocrazia e incassa qualche milione di euro dalla cessione del 20-30% delle sue azioni. 

All’apparenza è un affare per tutti, soprattutto per aziende che non hanno una grande storia da raccontare nei roadshow prima dell’Ipo o che (peggio) non possono contare su bilanci attraenti per gli investitori. Per questo le Spac sono uno strumento molto sfruttato dalle startup che vedono in questi veicoli la possibilità di affacciarsi sul mercato, nonostante poco passato alle spalle e conti strutturalmente in rosso nei primi anni. In cambio dei finanziamenti, i fondatori mettono a disposizione dei nuovi azionisti l’idea sulla quale è possibile pregustare buoni guadagni. Basti pensare a Fisker, rivale di Tesla nell’automotive green, che ha incassato 977 milioni dalla Spartan nell’anno in cui ha chiuso i conti con un rosso di 54 milioni di dollari.

Negli Stati Uniti il 53% delle quotazioni è una Spac

Il 2020 è stato l’anno d’oro delle Spac e il 2021 è partito alla grande. La banca d’affari Goldman Sachs ha messo insieme qualche numero che dà l’idea di quanto l’anno scorso sia stato apprezzato da investitori e hedge found questo tipo di strumento finanziario. Nell’intero 2020, sottolineano i banker, sono stati raccolti sui listini di tutto il mondo oltre 300 miliardi di dollari (un record per i mercati finanziari), in crescita del 60% sul 2019.

Fonte: Goldman Sachs

“Tutte le società che si sono quotate negli Stati Uniti – ha spiegato David Ludwig, a capo della divisione Global equity capital markets di Goldman Sachs – hanno raccolto complessivamente 143 miliardi di dollari e più del 50% è stato incassato attraverso una fusione con una Spac”. 

Nel dettaglio le fusioni tra società e Spac hanno generato il 53% dei ricavi da quotazione negli Stati Uniti (76 miliardi di dollari), cifre nemmeno paragonabili con la raccolta attraverso Spac ottenuta nei 15 anni precedenti in America. Ma per le sole primissime settimane del 2021 il Wall Street Journal ha calcolato che dal primo gennaio al dieci febbraio negli Stati Uniti le Spac hanno generato il 66% della raccolta complessiva (38,3 miliardi di dollari contro 19,8 miliardi delle tradizionali Ipo).

Numeri che hanno spinto la popolarità del veicolo finanziario. Lo scorso mese di dicembre, ha notato sempre Goldman Sachs, è stato il momento in cui il maggior numero di persone su Google si chiedeva cosa fosse una ‘special purpose acquisition company’, con un valore decuplicato in un anno solare. Anche per questo sul parterre di Wall Street si sono affacciati volti noti e gloriose star del basket come Shaquille O’Neal che è diventato sponsor di due Spac in una manciata di mesi. 

Il rischio-bolla per le Spac

Certi ritmi di crescita, tuttavia, “non sono sostenibili nel breve termine”, ha ammonito a gennaio David Solomon di Goldman Sachs, e fanno presagire il rischio di esplosione di una bolla finanziaria.

Uno studio a prima firma Michael Klausner, docente alla Stanford Law School, ha analizzato il funzionamento e la struttura delle Spac negli Stati Uniti d’America ed è giunto alla conclusione che, sebbene siano in effetti strumenti all’apparenza più economici per aprirsi al mercato, i costi di avvio siano opachi e più alti rispetto a quanto ci si aspetti. 

Secondo gli analisti, l’azione di una Spac pagata 10 dollari perde valore al momento della fusione con l’azienda target e crolla fino a 6,67 dollari per azione. “Abbiamo scoperto – scrive il team guidato da Klausner – che il prezzo delle azioni di una Spac tendono a perdere un terzo del proprio valore entro un anno dalla fusione” e ciò implica che chi mantiene le quote per tutto l’anno successivo all’affare si fa carico “della maggior parte dei costi di quotazione” della società scelta. 

Dal punto di vista dell’impresa che viene incorporata tramite fusione non vengono rilevati effetti collaterali immediati, ma i ricercatori mettono in guardia gli imprenditori perché l’organizzazione delle Spac risulta “estremamente costosa” per chi è sempre stato della partita fin dall’inizio. Potrà  durare lungo? “È davvero difficile immaginare che gli azionisti possano continuare a sopportare perdite ancora troppo. Certo – notano – fino ad ora gli azionisti delle Spac hanno sempre sopportato la gran parte dei costi. Perché l’abbiano fatto, questo sì, è mistero” ma è difficile credere che possano continuare: “A un certo punto diventeranno tutti più scettici dei loro sponsor.

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