A quota 60 i municipi coinvolti in ricorsi per il blocco alle reti di quinta generazione. Un ostacolo che mette a repentaglio il vantaggio acquisito dall’Italia

Ai 53.113 abitanti di Montesilvano, alle porte di Pescara, il no alle reti 5G decretato dal Comune costa, in fin dei conti, neanche cinque caffè. Ammontano a 11.250 euro le spese che il municipio abruzzese deve rifondere a Iliad e Wind Tre per essersi opposto ai loro progetti di installare antenne per le reti mobili di quinta generazione. Per il Tribunale amministrativo regionale (Tar) di Pescara le barriere legali elevate dalla cittadina sono illegittime. Sono serviti sette mesi e tre ricorsi, mossi dalle compagnie di telecomunicazioni che a Montesilvano vogliono impiantare le loro reti, per revocare il niet del Comune, a cui ora tocca mettere mano al portafoglio per coprire le spese legali.
E dire che sarebbe bastato un passo indietro, come quello fatto da tanti altri sindaci, per risparmiare almeno i costi della causa. Quando lo scorso luglio il decreto Semplificazioni ha rimesso al loro posto i divieti comunali contro il 5G, che possono applicarsi a specifici siti ma non essere generali, molte fasce tricolore hanno ritirato i loro atti. Evitando così di soccombere nelle cause che, da lì a poco, si sarebbero scatenate. In circa tre mesi, tra gennaio e aprile 2021, i Comuni citati in tribunale per lo stop al 5G sono passati da 35 a 60, stando all’analisi di Wired sui documenti della giustizia amministrativa (nel caso di Genova, Perugia e Quarto si tratta di iniziative di comitati locali).
Divieti senza motivo
Nell’83% dei casi il ricorso si è chiuso con la compensazione delle spese. Una ventina di Comuni è arrivata davanti al Tar avendo già fatto revocato l’atto incriminato. È il caso, per esempio, di Ragusa e di Reggio Calabria. Altri invece hanno lasciato ai giudici il compito di annullarlo. Come Messina, la prima sentenza pilota, Foggia e Udine, per esempio. In generale, i provvedimenti anti-5G non resistono all’urto con il ricorso al Tar. Di fatto già messi al bando dal decreto dell’ex governo Conte, crollano perché mancano di fondamenta i principi di precauzione che sostengono di voler tutelare, mettono limiti alla concorrenza e interferiscono con i piani nazionali di sviluppo delle telecomunicazioni.
I sindaci possono sì opporsi all’installazione dell’antenna in un luogo specifico del territorio che amministrano, sulla base di ragioni ambientali ed estetiche, ma non possono dire no a prescindere alla tecnologia 5G. I giudici amministrativi smontano nelle loro sentenze le ragioni delle ordinanze di stop, che nella maggior parte dei casi si ispirano alla risoluzione di Vicovaro dell’Alleanza italiana stop 5G. Questo movimento, che dal 2018 fa propaganda contro le reti di quinta generazione, l’anno scorso ha arruolato nelle sue file circa 450 Comuni, stando ai dati di Wired.
Molti sindaci si erano uniti copiando e incollando le ordinanze fatte dai vicini di casa, sulla scia di una correlazione infondata tra 5G e coronavirus che tuttavia ha fatto impennare il numero di stop alle nuove reti in pochi mesi in Italia, tra marzo e giugno 2020. Oggi quel muro di no si è sgretolato, tra dietrofront spontanei e ricorsi persi. Il 13 aprile l’Alleanza ha proclamato uno sciopero della fame contro l’innalzamento dei limiti elettromagnetici del 5G, che in Italia sono già estremamente conservativi.
Le ricadute sullo sviluppo del 5G
Tra gli strascichi dell’euforia no-5G ci sono ora le cause amministrative che ingolfano i Tar. Per sciogliere il nodo a Siracusa e Piazza Armerina, per esempio, occorre attendere il prossimo dicembre. Nel frattempo il provvedimento è sospeso. A queste condizioni, come ha spiegato in precedenza a Wired Ernesto Belisario, avvocato specializzato in diritto amministrativo e partner dello studio legale E-Lex, “la compagnia telefonica che vuole installare un’antenna, se ottiene la sospensiva può partire con il cantiere, pur assumendosi il rischio che l’esito possa essere ribaltato dalla sentenza”.
Le pronunce in favore dei Comuni sono rare, tuttavia, e non bloccano mai il 5G. Nel caso di Iliad a Belluno, per esempio, il ricorso della compagnia è stato sì respinto, ma solo perché il Tar ha giudicato lo stop alle reti “mere esortazioni”, sottolineando che “gli atti impugnati non hanno natura autoritativa, e nemmeno latamente vincolante”. Il Comune, insomma, non può dire no a un’antenna 5G. Infine c’è il capitolo spese legali. Ammonta a 42.403 euro la somma che devono rifondere alle compagnie telefoniche i 15 municipi costretti a pagarle.
Una leadership a rischio
Il primato europeo dell’Italia nel campo del 5G si sta assottigliando. A lungo unico Paese ad aver assegnato tutte le frequenze, è stata raggiunta da Finlandia e Grecia, come ricorda l’osservatorio sul settore della Commissione europea. E sconta il fatto che prima di luglio 2022 non sarà liberata la banda dei 700 megahertz, molto ambita e già disponibile in altri Stati, come Francia, Germania, Ungheria e Austria. Nessuna città del Belpaese è tra le prime al mondo nella classifica di Opensignal, società di studi di mercato nel settore della telefonia. E gli stop dei Comuni hanno penalizzato in particolare Wind Tre e Iliad, le due compagnie che hanno bisogno di fare più investimenti per consolidare le reti. Attraverso una campagna di accesso agli atti alla agenzie regionali per la protezione ambientale, Wired ha calcolato che dal 2019 ci sono 5.145 semafori verdi all’installazione di impianti 5G.
Il ministro della Transizione digitale, Vittorio Colao, ex manager della galassia telefonica, vuole premere l’acceleratore sulle reti di quinta generazione. Molto dipenderà dal Piano nazionale di ripresa e resilienza a cui il governo sta lavorando per ottenere i fondi europei per risalire la china della pandemia. I ritardi costano. Fino a 4,3 miliardi di euro persi, secondo i calcoli della società di consulenza Ernst & Young.
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