La legge lo prevede già, ma i medici preparati e liberi dai tanti tabù del proibizionismo sono pochi e la produzione e la consegna delle scorte ostacolate. Come prova la sentenza di Arezzo che ha scagionato un malato che ha dovuto coltivare da sé

Da oggi i malati che fanno uso di cannabis terapeutica sono un po’ meno soli. Il tribunale di Arezzo ha assolto Walter De Benedetto, che era sotto accusa per spaccio a causa di una coltivazione di marijuana presso il suo domicilio. De Benedetto soffre di una grave forma di artrite reumatoide, non era nemmeno presente in aula a causa delle sue condizioni di salute precarie e da anni fa utilizzo di cannabis medica sotto prescrizione del medico. La sua auto-coltivazione era una scelta obbligata di fronte ai problemi di approvvigionamento di una sostanza che spesso è legale a parole, ma non nei fatti.

cannabis
(Foto: NurPhoto/Getty Images)

I carabinieri avevano fatto irruzione in casa sua qualche anno fa, allertati probabilmente dai vicini. De Benedetto aveva le carte in regola per curarsi con la marijuana, dal momento che il suo uso medico in Italia è legale dal 2007 per chi soffre di tutta una serie di patologie. Tra queste la sclerosi multipla, l’epilessia, la fibromialgia, l’alzheimer, la sindrome di Tourette e tante altre che, secondo i dati incrociati del dottor Giampaolo Grassi, porterebbero solo in Italia a una platea di potenziali utilizzatori di 20 milioni di persone, un terzo della popolazione.

La capacità della sostanza di lenire i dolori lancinanti e di far tornare i pazienti a una parvenza di normalità, i suoi benefici insomma, sono stati documentati in tantissimi studi e questo ha portato nel corso degli anni alla sua legalizzazione sempre più diffusa nel mondo. Sono moltissime le storie di persone che non riuscivano a muoversi, che non chiudevano occhio la notte, che nemmeno ce la facevano a mangiare, ma che poi sono tornate a fare tutto questo una volta iniziata la terapia. Walter De Benedetto è uno di loro.

Assolto perché il fatto non sussiste! #yeah

Pubblicato da Walter De Benedetto su Martedì 27 aprile 2021

Il problema, però, è che la legalizzazione della cannabis terapuetica in Italia non è mai andata di pari passo con la sua effettiva diffusione. Le difficoltà si presentano sotto tantissime forme. Intanto è ancora molto complicato trovare un medico con una preparazione culturale adeguata sull’argomento, che accetti quindi di prescrivere la sostanza. La parola marijuana è ancora associata al tabù proibizionista e questo crea un contesto sanitario non tanto diverso da quello, per esempio, legato all’aborto: per ignoranza, per misconoscenza o per puro idealismo, quella dei medici obiettori è la prassi più che l’eccezione. Anche quando però il malato dovesse ottenere la prescrizione, si presentano i problemi più insormontabili, quelli dell’approvvigionamento. 

L’Italia nel 2015 ha iniziato a produrre la sua cannabis terapeutica nello stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, ma la quantità che ne esce è una goccia in quello che è un oceano di domanda. Per questo motivo, la quasi totalità della sostanza viene importata dall’Olanda, con tutti i disagi del caso. Le consegne saltano, arrivano in ritardo, si riducono a causa della diminuzione della produzione nel paese e anche quando tutto avviene in modo lineare, l’iter del paziente per poter ottenere la marijuana è infinito, tra carte da firmare, certificazioni da inviare, tempi dilatati di ordine, di consegna e di ritiro. Solo nei primi due mesi del 2021, ci sono stati problemi di accesso alla sostanza in 16 regioni italiane. Alcuni medicinali prescritti non arrivano più, perché modificati nel paese produttore o perché esclusi dalla stesse circolari ministeriali italiane e questo fa brancolare nel buio i pazienti anche quando muniti di ricetta.

Essere un paziente di cannabis terapeutica in Italia è insomma un quotidiano percorso a ostacoli che riguarda qualche decina di migliaia di persone. Walter De Benedetto riusciva ad avere una dose equivalente a un grammo al giorno, decisamente troppo poco per quelle che erano le sue necessità legate all’artrite reumatoide. Ha quindi iniziato, per necessità, a coltivarsi la sostanza illegalmente in casa, per garantire a se stesso quel diritto alla salute negatogli parzialmente dallo stato. La sentenza del tribunale di Arezzo è quindi storica, perché da una parte riconosce le falle nella tutela sanitaria del cittadino, dall’altro solleva quest’ultimo da ogni incriminazione nel momento in cui decidesse di fare da sé. 

Nell’anno in cui la salute e il diritto alle cure sono diventati i temi per eccellenza a causa della pandemia di Covid-19, anche per i troppo spesso dimenticati pazienti della cannabis terapeutica qualcosa sembra muoversi in termini di tutela. Il caso De Benedetto è solo il primo, molti altri sono i procedimenti giudiziari in corso nei confronti di persone accusate di fare quello che dovrebbe essere il diritto più importante di tutti, curarsi. Ma è la spia che qualcosa sta cambiando, in attesa di una rivoluzione più ampia che consenta a soggetti pubblici e privati di produrre cannabis terapeutica, garantendo una volta per tutte ai malati di avere accesso a una cura inaccessibile, per quanto legale da tempo.

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