AGI – Dieci piccoli indiani al Quirinale. Senza omicidi efferati, senza brutali assassini o colpe da espiare, la lunga corsa alla presidenza della Repubblica comincia a veder uscire di scena alcuni dei possibili candidati. Sergio Mattarella si è tirato fuori per primo, nel discorso di Capodanno, ricordando che il 2021 sarebbe stato il suo ultimo anno al Colle. Candidato da qualche politico e da molti giornali a un bis sul modello di Giorgio Napolitano, l’attuale Capo dello Stato ha fatto sapere, citando qualche settimana più tardi il suo predecessore Antonio Segni, di ritenere più che congrua la durata di sette anni per la funzione presidenziale. E con un ‘sette e non più sette’ ha chiuso la porta alla complicata teoria di chi lo vedrebbe nuovamente eletto per favorire l’approdo di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica una volta terminato l’incarico di presidente del Consiglio con la fine della legislatura.

Ma la platea dei papabili, o almeno di quelli che i commentatori indicano come tali, è lunga, forse più dei dieci protagonisti del crime di Agatha Christie, mentre la trama che solitamente porta all’elezione del Presidente della Repubblica non ha nulla da invidiare all’affilato e geometrico intelletto della scrittrice britannica. Ne sanno qualcosa i tanti ‘caduti’ sulla via che dall’aula della Camera, dove si svolge l’elezione, porta a uno dei Sette colli più suggestivi e ricchi di storia della Capitale. Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Amintore Fanfani, Giovanni Spadolini, per andare ad anni lontani, Franco Marini, Stefano Rodotà e Romano Prodi per citare i più recenti.

Ed è proprio Prodi a interpretare la parte del secondo ‘piccolo indiano’, sottraendosi con un’intervista alla corsa al Quirinale. “Oltre l’ostacolo dell’età, non è il mio mestiere” spiega in poche parole l’ex premier ed ed leader dell’Ulivo. “Sarebbe stato forzato anche l’altra volta, quando ho avuto il voto contrario del Parlamento. Il ruolo di mediazione a cui è obbligato il presidente della Repubblica non è il mio. Non sono certo un fanatico, ma non sono super partes: ho idee molto precise. Sono sempre stato un uomo di parte, sempre aperto e comprensivo, ma lo sono ancora”.

E pescando dal mazzo di quelli che, a volte senza nessuna soggettiva aspirazione, sono stati infilati nel novero dei candidabili, altri sono i nomi che hanno oggettivamente perso la spinta che sembravano avere fino a qualche mese fa. Tra loro Giuseppe Conte: ipotizzata da alcuni la sua corsa quando era a palazzo Chigi, ora il suo profilo di leader in pectore di un partito cozza con la silhouette di chi di solito viene scelto per il Quirinale. Che è fatta di esperienza ma anche di assenza dalle scene recenti, di garanzia ma non di impegno nella politica attiva. Per lo stesso motivo Enrico Letta, ora eletto leader del Pd, ha chiaramente altre prospettive davanti a sé. Stessa cosa dicasi per Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia. I tre leader avranno però, insieme ad altri, il ruolo dei king maker. La corsa comunque è appena cominciata, seppure forse con un po’ troppo anticipo, e alcune polemiche di queste settimane che hanno investito altri papabili potrebbero essere già dimenticate quando a gennaio 2022 i grandi elettori dovranno scegliere nel segreto dell’urna il successore di Mattarella. Molti saranno poi i nomi che riceveranno improvvisa notorietà e saranno ampiamente e pubblicamente lodati con l’inconfessata speranza che vengano ‘bruciati’. Tra quelli già enunciati, sui giornali piuttosto che nei capannelli del Transatlantico, Marta Cartabia, Pierferdinando Casini, Elisabetta Casellati, Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, David Sassoli, Walter Veltroni, Francesco Rutelli, Renato Pera, Emma Bonino, Paola Severino, Letizia Moratti. Un elenco incompleto, cui qualcuno continua ad aggiungere il bid di Mattarella, e che potrebbe aumentare.

Di certo c’è che non sarà facile trovare un’alchimia che porti a un nome condiviso, senza far traballare la maggioranza di governo, evitando di spostare troppe pedine nei ruoli istituzionali ricoperti in Italia e all’estero da quelle che di solito vengono definite ‘riserve della Repubblica’. Ma mancano ancora sette mesi, e tanti ‘indiani’ entreranno e usciranno dal novero prima che il prossimo presidente si insedi per altri sette anni. 

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