Un post su Medium diventato virale ha dato il via al dibattito sulla fascia di età compresa fra i 35 e i 40 anni. Al di là del nome discutibile (e discusso), quella dei Millennial “geriatrici” in realtà è una categorizzazione positiva

Chi è alla soglia dei 40 anni può utilizzare una nuova definizione per indicare se stesso e i suoi coetanei, sempre che gli piaccia: Millennial geriatrici. L’appellativo – in originale Geriatric Millennials – è stato coniato dalla scrittrice americana Erica Dhawan per indicare quelle persone che hanno un’età fra i 35 e i 40 anni e possono fare da tramite nella società di oggi fra i giovani della generazione Z e i senior della generazione X. Il post su Medium dell’autrice ha dato il via a una vivace discussione online, in cui molti utenti si sono impegnati a comprendere e accettare la nuova categoria, con risultati altalenanti (vedi tweet sotto). Per quanto la definizione non sia stata globalmente ben accolta – e ci mancherebbe altro – la novità sembra aver comunque fatto breccia fra alcuni Millennial, in cerca di riconoscimento e di una posizione che metta in risalto le loro caratteristiche.

Ok, ma chi sono i Millennial?

È doveroso anzitutto fare un po’ di chiarezza su chi siano i Millennial, dato che il termine viene a volte utilizzato nel mondo sbagliato. Con questo nome si indicano coloro che sono nati fra l’inizio degli anni ’80 e la metà degli anni ’90. La classe precedente è quella della generazione X (e prima ancora quella dei cosiddetti Baby Boomer) mentre la successiva è la generazione Z, composta dai ventenni di oggi. Questi ultimi – capita spesso con i calciatori – vengono additati come Millennial, ma si tratta di un errore.

I nati nei primi anni della fascia dei Millennial, ovvero fra il 1980 e il 1985, sono quelli indicati da Dhawan come “geriatrici”, in quanto i più vecchi nel gruppo di appartenenza. “I Millennial geriatrici sono una micro-generazione speciale, nata nei primi anni ’80 che si sente a suo agio con le forme di comunicazione sia analogiche sia digitali. Sono stati la prima generazione a crescere con la tecnologia, con un pc nelle loro case” – spiega l’autrice, orgogliosa di appartenere al gruppo che in precedenza era stato chiamato anche Xennials – “siamo sopravvissuti a Messenger e MySpace, eppure eccoci ancora qui, sentendoci competenti al pensiero di creare contenuti su TikTok o Clubhouse”.

Proprio la possibilità di aver vissuto gli albori dell’era di internet renderebbe i 35enni di oggi in grado di essere un passo avanti agli altri. “È questa esperienza pratica con la comunicazione pre-digitale che distingue i Millennial anziani da quelli più giovani. I Millennial Geriatrici possono leggere il sottotesto di un sms così come possono cogliere l’esitazione di un cliente nelle sue espressioni facciali durante un incontro di persona. Non sono né ignoranti della tecnologia né troppo assorbiti da essa”.

Cosa si è detto

La reazione al post di Dhawan è stata tale che la scrittrice ha dovuto preparare un secondo articolo per spiegare le proprie argomentazioni. Anche l’account ufficiale di Medium ha proposto un sondaggio su Twitter per trovare una nuova definizione, dato che il collegamento con la geriatria ha fatto storcere il naso (per usare un eufemismo). Dopo 23mila voti e 15mila retweet del primo post, i votanti hanno scelto Original Millennials come nome maggiormente appropriato. “Anche mentre infuriava il dibattito sull’etichetta giusta da usare, le persone tendevano a concordare con l’argomento al centro del mio pezzo: la velocità dell’adozione tecnologica rende sbagliato vedere un’intera generazione (che copre quasi 20 anni di differenza) come un unico gruppo – ha spiegato Dhawan nel secondo post – noi siamo in grado di vivere in due mondi: a nostro agio con gli stili di comunicazione di molti Boomer nonché con quelli dei nativi digitali appassionati di TikTok”.

Il concetto centrale dell’autrice è che i Millennial geriatrici sono nella posizione migliore per guidare team lavorativi che operano da remoto e in modalità ibride, destinato a essere i più utilizzati dopo la pandemia. “Essere fluenti negli stili di comunicazione sia analogici che digitali è un’abilità chiave per i leader di oggi. Consultare i tuoi colleghi Millennial anziani è un ottimo modo per soddisfare le esigenze di tutti”, conclude Dhawan.

Le risposte non si sono fatte attendere: c’è chi accusa la scrittrice di aver scelto un nome poco invitante – e fin qui – e chi di aver dimenticato le potenzialità dellagenerazione X. Alcuni commentatori e opinionisti hanno invece accettato la definizione con fierezza, seguendo l’esempio dell’autrice. E forse è proprio questa la strada da scegliere: il nome non sarà indovinato, ma un ruolo centrale che fa da ponte fra due generazioni e sfrutta la tecnologia al meglio è ciò che serviva ai Millennial.

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