Purtroppo non è così e no, Dio non è italiano. Ma gli Azzurri – pantomime sul razzismo a parte – ci lasciano comunque qualche lezione utile

Dio è italiano”, come ha titolato il Corriere dello Sport mercoledì scorso? Un tantino pretenziosi. La narrazione delle imprese della Nazionale di Roberto Mancini, la migliore per risultati da 15 anni e per gioco anche da più tempo, è precipitata in un gorgo di bibliche letture metaforiche delle sorti del paese. Succede sempre, con le grandi competizioni internazionali, fondamentalmente di calcio, e al massimo con le Olimpiadi: pompare una lettura di successi e insuccessi come sceneggiatura del destino di un popolo, e della sua nazione, in quello specifico frangente storico. Trasformandole in vendette o riscatti.

I politici accompagnano – anche Sergio Mattarella sarà a Wembley per la finale contro l’Inghilterra domenica sera – e il clima si autoalimenta. Sta ovviamente accadendo di nuovo anche con gli Azzurri, in cui forse gli italiani – perfino inconsciamente – leggono in controluce i mesi passati di ripresa e, si spera, quelli che verranno nonostante l’inevitabile risalita dei contagi ma con lo scudo dei vaccini. Chiunque, d’altronde, vivrebbe un qualche successo come chiave di riscatto dopo un dramma come quello della pandemia. Fra la qualificazione dell’Italbasket per Tokyo, la vittoria dei Maneskin all’Eurovision Song Contest e appunto la trionfale cavalcata di Chiellini e soci, gli italiani stanno d’altronde assaporando di nuovo qualche gioia dopo mesi feroci e senza speranza.

Dimmi che è vero!” titolava sempre il Corriere dopo il match vinto 2 a 1 col Belgio. “Sei bellissima”, faceva eco Tuttosport. “Italia da sogno: è in semifinale” il Corriere della Sera. E ancora, senza troppa fantasia, “L’Italia delle meraviglie” definita “epica” dopo la semifinale con la Spagna (La Stampa). Sempre dopo i rigori con la squadra di Luis Enrique, la Gazzetta titolava “Italia, sei in finale! Spagna domata ai rigori, favola azzurra senza fine”. Per carità, il giornalismo sportivo (e non solo, anche l’approccio quasi saggistico che analizza e interpreta i fatti del calcio come fatti di vita e di cultura, tipico di alcune testate come Rivista Undici) si nutre di questi toni. Sposa l’epica allo sport conducendo alla totale sublimazione del calcio in qualcosa di parallelo a quello che è, trasformando le biografie e i fatti di 22 persone che inseguono un pallone in una (a volte fin troppo trita) metafora delle sorti complessive e collettive.

Purtroppo non è così. Magari l’esistenza di un organismo così complesso come quello di un paese fosse minimamente paragonabile a un campionato di calcio europeo. I successi della Nazionale, che d’altronde nascono da un percorso molto lungo iniziato tre anni fa, non sono una metafora inevitabile della ripresa italiana. Certo servono, e non poco: dai premi assegnati dalla Uefa alle ricadute d’immagine all’intero circolo virtuoso che si innescherebbe e che in fondo si è già innescato anche solo guadagnando la finale. E servono a tirarci su il morale, se tanto ci basta, anche se il patriottismo lo riscopriamo a intermittenza e spesso lo confondiamo col nazionalismo. Ma appartengono a un mondo parallelo a quello del paese reale, che dovrà riprendersi con ben altri strumenti dalla crisi legata al Covid-19: dovrà farlo spendendo bene i fondi del Pnrr, approvando le riforme necessarie a ottenerli (basti pensare a quella sulla giustizia approvata nelle ultime ore), lavorando su crescita e sostenibilità del debito. Vincere l’Europeo di calcio non è fra le richieste di Bruxelles.

Eppure non si vive di solo pane. A parte la grottesca pantomima sull’inginocchiamento contro il razzismo, la Nazionale di Mancini dell’Europeo, e anche delle qualificazioni, lascia comunque in eredità alcune lezioni utili al paese. Quelle sì che ci aiuterebbero a ripartire davvero.

La prima è la sobria operosità: poche parole, quelle che servono, e molto lavoro. Anche Mario Draghi è fatto di questa pasta e speriamo che queste due figure di vertice insegnino qualcosa a un paese che parla tanto, troppo ma conclude poco, pochissimo. La seconda è la capacità di vincere senza un fuoriclasse: a parte lo stesso Draghi, che è comunque un premier a tempo, in Italia la classe politica è ai minimi termini. Se si pensa che c’è una personalità come Giuseppe Conte, ai vertici dei sondaggi di gradimento, ci si rende conto della situazione di spaesamento degli italiani. Eppure – come in parte sta accadendo col governo arlecchino – se tutti i leader sul campo facessero finalmente un passo indietro, e si mettessero a disposizione della squadra senza secondi fini, forse qualche vittoria riuscirebbe a portarla a casa anche una classe dirigente a dir poco mediocre. Com’era considerata la rosa a disposizione di Mancini fino a pochi mesi fa.

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