“Trasparenza e consapevolezza”. E’ quello che il sostituto procuratore generale Enrico Zucca chiede ai vertici della polizia di Stato “per dimostrare davvero di aver voltato pagina” a 20 anni dal G8 di Genova.

Per il magistrato che ha condotto il processo contro le violenze all’interno della scuola Diaz “diversi episodi di cronaca di questi anni vedono riproporsi lo schema dell’uso sproporzionato della forza cui segue la copertura con falsità che dimostra come il problema non siano soltanto le responsabilità individuali”.

Per Zucca c’è un problema “strutturale” con cui la polizia italiana non ha voluto fare i conti: “Visto che certi comportamenti rappresentano l’opposto di quello che viene insegnato ai poliziotti ai corsi o scritto nei manuali di addestramento, dovrebbe essere la stessa polizia a sanzionare chi esce dai binari del rispetto della legge, ben prima dell’ intervento della magistratura che peraltro si scontra con il conflitto di interessi di indagare sui propri collaboratori. E quella parte della magistratura che decide di approfondire i fatti viene isolata e bollata come ideologica”.

Sono state le sentenze a dimostrare che le tesi della procura di Genova erano fondate, dalla Cassazione alla Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno qualificato quelle violenze come tortura.

La Cedu nel 2017 ha rilevato anche l’assenza di sanzioni per i poliziotti responsabili e l’assenza di identificazione di gran parte degli stessi. Cinque anni prima, nel 2012, la Cassazione aveva condannato in via definitiva per falso 15 funzionari di polizia per aver coperto gli agenti picchiatori con false prove e false accuse nei confronti dei 93 manifestanti che vennero arrestati (79 dei quali dalla scuola Diaz uscirono feriti) e accusati di associazione a delinquere per devastazione e saccheggio, arresti non convalidati dai gip. I picchiatori sono rimasti senza nome non essendo identificabili ad eccezione dei capisquadra: i reati sono finiti prescritti ma i poliziotti sono stati ritenuti responsabili per i risarcimenti in sede civile.

Chi non uscì in barella dalla Diaz, venne portato alla caserma di Bolzaneto dove per Zucca è accaduto qualcosa di ancor più grave rispetto all’ assalto alla scuola: “C’è un filo conduttore – dice – che porta dal carcere temporaneo istituito all’interno della caserma di Bolzaneto alle immagini raccapriccianti delle torture all’interno dei centri di detenzione di Abu Ghraib”.

Per il magistrato “le tecniche dei carcerieri sono uguali anche se Genova non è uno scenario bellico ma già le forze di polizia, evidentemente così addestrate, si muovono in questo modo dimenticando codici e leggi nella peggiore tradizione delle dittature”. Il processo per le torture di Bolzaneto (così definite anche in questo caso dalla Cedu) ha visto 45 imputati tra poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici. Gran parte dei reati si sono prescritti già prima dell’appello e in Cassazione sono rimaste 7 condanne penali ma la Corte ha confermato la colpevolezza di gran parte degli imputati per gli effetti civili.

Accanto ai processi contro le forze dell’ordine il terzo principale filone giudiziario ha riguardato i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio: 15 imputati su 25 sono stati assolti fin dal primo grado perché secondo i giudici avevano reagito alla carica illegittima sul corteo delle tute bianche di via Tolemaide. Dieci sono stati invece condannati per devastazione e saccheggio con pene dai 6 ai 14 anni di carcere, pene che “non hanno paragoni nel contesto delle democrazie occidentali – ricorda Zucca – e nemmeno con la Russia di Putin che prevede un massimo di 8 anni”. 

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