clima
(Foto: Shifaaz shamoon on Unsplash)

Preoccupazione, disgusto, rabbia, indignazione, impotenza e rassegnazione, sono questi alcuni sentimenti che incontra Fabio Deotto nel suo viaggio attraverso i luoghi già segnati dall’emergenza climatica. L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia è un libro che fa incontrare latitudini, storie, tradizioni e stili di vita lontani e li unisce sotto un unico e ineluttabile destino: quello di non poter continuare ad essere quel che sono, trascinati in un cambiamento che li renderà inospitali o, nel peggiore dei casi, quello di non esistere più.

Sono nove le tappe del viaggio dell’autore, un viaggio frammentato e di cui sfuggono un po’ le tempistiche, forse anche perché svolto a cavallo delle due ondate della pandemia da Covid-19. La narrazione è un intreccio continuo di fatti, esperienze, incontri e storie, intervallati da riflessioni e analisi sulla natura dell’essere umano, alla scoperta dei processi che hanno radicato in noi l’idea che – per citare il libro stesso – “dobbiamo salvare il pianeta perché è giusto farlo, non perché ne va della nostra stessa sopravvivenza”.

Il libro comincia da un fatto di cronaca avvenuto in Siberia, di cui l’autore ha sentito parlare – e di cui ha probabilmente scritto – nella sua vita di prima, quella in cui raccontava la crisi climatica attraverso notizie, informazioni e previsioni restando seduto nel proprio studio: l’invasione di un branco di orsi polari in un villaggio russo. Un avvenimento significativo non solo perché, ancora una volta, ci sbatte in faccia le conseguenze del cambiamento climatico, ma soprattutto perché in questo caso la natura incontra l’uomo e lo coinvolge in questo cambiamento, incutendo paura e minacciandolo direttamente.

In questo libro, dunque, e per la prima volta, Deotto decide di vedere con i propri occhi. Attraverso l’incontro con autoctoni e persone impegnate in progetti di tutela e salvaguardia, diventa testimone diretto di una situazione molto più vicina e reale di quanto pensiamo. È proprio questo il messaggio che i suoi racconti vogliono trasmettere: l’inazione e la mancanza di un sentimento globale, l’assenza di un’urgenza collettiva verso la ricerca di una soluzione al problema sono figlie di una erronea sensazione di lontananza da tutto. Il clima cambia lentamente e (forse) impercettibilmente, dandoci il tempo di adattarci e di dimenticare com’era il mondo prima. E così, rimaniamo in attesa di un evento plateale e definitivo, che segni un prima e un dopo, mentre nel frattempo continuiamo ad accumulare responsabilità e colpe di “un disastro rispetto al quale sappiamo solo porci in un’ottica di salvezza“.

Le tappe del viaggio di Deotto sono le Maldive, Miami, New Orleans, Galveston, la foce del Mississippi, la Lapponia, Kiruna, la Pianura Padana. Non sono scelte a caso: sono le classiche cartoline incollate sulle pareti dell’immaginario del mondo, ormai sbiadite e rovinate dall’uomo, e dal clima per mano dell’uomo. Quel che rimane, alla fine della lettura, è un profondo senso di realtà misto alla confusione di chi, tutta questa concretezza e fattualità in cui si manifesta l’emergenza climatica, non l’ha mai vista o mai notata. Soprattutto, comunque, rimane la consapevolezza che sebbene il processo sia lento e apparentemente impercettibile, se considerato nel breve periodo, proprio questo suo procedere incessante condurrà, sul lungo periodo, al punto di non ritorno.

Un libro che può essere letto e raccontato a tutti, a chi sente di volerne sapere un po’ di più di quel che sta già accadendo al nostro pianeta, a chi vuol conoscere qualcosa sulla natura umana, a chi si sente lontano dal pericolo e a chi ci si trova inesorabilmente dentro, ma non lo sa. Come i due ragazzi che Deotto incontra in un pub a New Orleans e che, dopo aver ascoltato le ragioni del suo viaggio e scoperto il destino della loro città, chiedono se sono “davvero messi così male”.

E non è un caso neppure che l’ultima tappa sia Venezia, patrimonio da preservare ad ogni costo e città simbolo di un inevitabile destino. Venezia è l’esempio sotto gli occhi e sulla bocca di tutti, l’incarnazione di quel sentimento che ricorre spesso nelle pagine del libro, la solastalgia: la nostalgia di casa quando ancora sei a casa. Venezia, come il mondo,”è quel luogo che pur sembrando identico a quello in cui siamo cresciuti non riusciamo più ad abitare come prima“.

Credits immagine: Shifaaz shamoon on Unsplash

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